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A futura memoria: dopo la quarantena non dimenticate queste categorie nocive

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Minimizzatori, sbruffoni, antirazzisti paranoici, benaltristi, incompetenti e soprattutto neoliberisti: quando la quarantena sarà terminata, non commettiamo l’errore di dimenticare i responsabili e i complici di una crisi che sarà più sanguinosa del dovuto. Loro, afflitti dai sensi di colpa, stanno già dissimulando.

La corrente maggioritaria dell’opinione pubblica sostiene che questo non sia il momento opportuno per critiche o battibecchi. Stando alla vulgata più diffusa infatti, dovremmo sedare tutti quanti la nostra vis polemica, aspettare l’uscita dalle secche e dare spazio, nel frattempo, a sentimenti quali solidarietà, empatia, condivisione e responsabilità. Insomma: l’unione fa la forza, uno per tutti e tutti per uno ecc.

Prospettiva del tutto condivisibile in linea di principio, non c’è ombra di dubbio. Purtroppo però, recidere di netto il nostro senso critico per un periodo di tempo apparentemente prolungato (e che potrebbe protrarsi ben più in là rispetto al termine previsto dal decreto), esporrebbe ad un rischio da non sottovalutare. Un rischio stavolta non frutto di un contagio virale, bensì di un handicap congenito che affligge la maggior parte della popolazione: l’assenza di memoria a lungo termine.

Un esercizio mnemonico

Così sentenziava Nicola Zingaretti prima di essere contagiato

Il senso di responsabilità di cui sopra pertanto, non può e non deve escludere un dibattito critico e costruttivo sugli errori marchiani commessi nelle settimane passate; anzi, è necessario che lo includa. Nessuno scaricabarile, nessuna gazzarra, nessuno sciacallaggio mediatico, nessuna aggressione verbale finalizzata alla riscossione di profitto elettorale. Semplicemente, non si può permettere che una volta tornati alla normalità, il tempo ci conduca ad archiviare tutto con una stretta di mano e qualche pacca sulle spalle.

Chi tenta di orientare il dibattito pubblico con il proprio attivismo, chi opera nel settore mediatico e soprattutto chi detiene il potere politico ed economico, ha il dovere di essere sottoposto al giudizio popolare, così come di subire le conseguenze derivanti dal proprio ruolo. Un ruolo che, ça va sans dire, impone delle responsabilità superiori alla media.

Le sardine e il virus del razzismo

Così è bene che, quotidianamente, venga speso qualche minuto per ricordarsi di alcuni individui che condividono questo isolamento forzato con noi. Al termine della quarantena nazionale, ad esempio, vorreste per caso esservi dimenticati dei minimizzatori seriali? Quei soggetti spavaldi che, con estrema sicumera e strafottenza, sminuivano ogni forma di allarmismo anziché invitare alla massima cautela (quanto mai doverosa di fronte ad un virus di nuova formazione sconosciuto alla scienza medica)?

Il dietro-front di Santori and co.

All’interno di questa categoria c’è un palinsesto piuttosto vasto. Ci si può imbattere nell’ormai conclamato infantilismo analitico delle sardine, con cui Santori e compagnia hanno inquinato l’approccio al Covid-19. Un esercizio retorico – figlio della jihad politicamente corretta dei progressisti occidentali – al quale si sono accodati esponenti politici e testate mediatiche, riassumibile nel motto “il virus più pericolo è il razzismo”. In questo modo, le uniche proposte partorite per contenere il potenziale contagio sono state: “abbraccia un cinese”, “un aperitivo contro il virus”, “l’unica mascherina utile è la cultura”. Il risultato di socialità impegnata e buoni sentimenti? Il virus c’è eccome e anche il populismo – qualsiasi cosa significhi – pare non passarsela tanto male.

La Gismondo e la “semplice influenza”

Se alle sardine e a qualche giornalista/politico altrettanto sprovveduto, può essere tuttavia concesso l’alibi dell’ignoranza scientifica (pur trattandosi degli stessi energumeni che da mesi invocano la tecnocrazia dei competenti), questa giustificazione, al contrario, non può essere certo accordata nei confronti di taluni esperti del settore. Epidemiologi e virologi che, vuoi per approccio sbrigativo, vuoi per un’oncia di visibilità, hanno derubricato il virus ad una “influenza un po’ più seria”.

Su tutti, impossibile dimenticarsi della dottoressa Maria Rita Gismondo, assurta a simbolo totemico del centro-sinistra dopo aver ridicolizzato gli allarmisti con sentenze lapidarie quali “a me sembra una follia” questa emergenza o “nell’arco di una settimana non ne parleremo più”. Frasi per le quali entrò in rotta di collisione con il più noto collega Roberto Burioni (non a caso, scaricato in fretta e furia dalla stessa area che lo aveva portato in palmo di mano per anni), il quale contestò alla responsabile del Sacco un approccio irresponsabile e frettoloso: il resto è storia. E coloro che la idolatravano, oggi, hanno i polpastrelli consumati a suon di hashtag #restateacasa.

“E allora il cambiamento climatico?!”

Un elenco già corposo, che nonostante tutto è solamente ai titoli di testa. Dopo i virologi dell’antirazzismo e i minimizzatori, una rapida menzione è imprescindibile anche per una nicchia sì ristretta, ma espressione di un fanatismo con pochi precedenti: i talebani ambientalisti. Nei giorni in cui il contagio iniziava già seminare ricoveri a macchia d’olio – oltre ai primi decessi – alcuni sacerdoti green non hanno perso occasione per ridicolizzare nuovamente una causa sacrosanta.

Il benaltrismo ha toccato vette himalayane, sintetizzabili con l’assunto “il cambiamento climatico ha fatto molti più morti del coronavirus”; un commento talmente inappropriato nella forma e nei contenuti da non meritare altro se non indifferenza. Se già lamentare scarsa attenzione mediatica nell’anno I Dopo Greta (in cui l’ambiente è stato costantemente in prima pagina) sottende un egocentrismo da prime donne, farlo rivendicando una presunta priorità su un’emergenza così poco conosciuta, così devastante e così (si spera) temporalmente circoscritta, significa non possedere il benché minimo senso della realtà.

Senza considerare inoltre come uno dei pochissimi effetti collaterali positivi di questo blocco, sia proprio una drastica riduzione delle emissioni di Co2. Anziché farneticare, rivendicando la proprietà del proscenio, sarebbe molto più utile spendere questo tempo per riflettere. Come mai un virus è stato capace di fare in due settimane quello che un movimento così polarizzante ed incensato da istituzioni e media non è riuscito a fare in un anno? Semplice, perché il virus è indirettamente intervenuto sulle principali cause di inquinamento, completamente ignorate dalle istanze degli ambientalisti pop: globalizzazione e sistema produttivo capitalista.

Le comiche dell’esecutivo

Infine, eccoci giunti al tasto dolente, rappresentato da coloro che ci hanno governato. In primis, i vertici istituzionali in carica, i quali hanno gestito la crisi a suon di piroette, dietro-front, capovolgimenti di fronte, dichiarazioni contraddittorie all’interno della stessa giornata, provvedimenti a singhiozzo e contrasto con gli enti locali. Una tale balbuzie programmatica e comunicativa da aver fatto storcere il naso anche a molti sostenitori del Conte-bis. E persino a qualche suo membro.

Si è iniziato, anche in queste sedi, con la preoccupazione che le misure di contenimento potessero degenerare in una deriva di razzismo: e così niente quarantene coatte per chi tornava dalla Cina e niente controlli sugli scali aerei. Fino allo sbarco dei primi due turisti infetti, provenienti nientepopodimeno che da Wuhan. A quel punto la spavalderia è stata sostituita dal legittimo timore di averla fatta fuori dal vaso, con conseguenti stop ai voli, tamponi e prime zone rosse dopo il focolaio di Codogno. La proverbiale chiusura della stalla a buoi già scappati.

Dopodiché è stata una comica allo scoperto. Non contento del danno iniziale, il governo ha temuto che le misure potessero danneggiare eccessivamente l’economia; così ha invitato ad un ritorno alla calma e all’ordinarietà, sostituendo la diffusione dei dati sui contagi con quella delle guarigioni. L’ultima di una serie di scelleratezze, che ha prodotto l’impennata finale e costretto ad un valzer di toppe a giorni alterni, iniziato con il “scuole chiuse, poi aperte, poi chiuse” e (non ancora) terminato con il decreto che dichiara l’Italia intera “zona protetta”.

Il criminale per eccellenza: il neoliberismo

In secondo luogo, viene poi la categoria più meschina. Quella di cui nessuno di noi, una volta tornati alla normalità, dovrà dimenticarsi a qualunque costo. Una categoria ben più virulenta e contagiosa del covid-19 stesso. Si tratta di quella classe dirigente, di quei partiti e di quei centri di potere (accompagnati da media conniventi e sostenitori vari) che hanno reso possibile il nostro ingresso nella tenaglia europea, ovverosia la pietra tombale dello stato sociale italiano. Oggi si stracciano le vesti di fronte all’impotenza del nostro sistema sanitario, all’insufficienza dei posti in rianimazione, al personale ridotto all’osso. Oggi si stracciano le vesti per farvi dimenticare che la responsabilità di questo crimine grava sulle loro spalle.

La redenzione di Alan Friedman

Avendo aderito supinamente alle regole comunitarie ed ai vincoli di bilancio imposti dall’UE, il nostro sistema sanitario, a fronte di un avanzo primario nazionale (volgarmente il saldo tra spesa pubblica e tasse) di 700 miliardi dal ‘95 in poi, ha visto: un taglio di 37 miliardi negli ultimi 10 anni, la chiusura di 200 ospedali e 359 reparti, la perdita di 70.000 posti letto (3,2 ogni 1000 abitanti contro i 6 della Francia e gli 8 della Germania), 42.888 professionisti a tempo indeterminato ed un investimento pro capite per la salute di 2.545 euro contro i 5.056 della Germania. Perciò, se oggi siamo costretti a scegliere chi salvare tra vite di serie A e vite di serie B e se siamo costretti ad elemosinare qualche miliardo di deficit – per far fronte ad una calamità economica che meriterebbe investimenti ben più drastici – la colpa è solo loro.

Ricapitolando, ora è il momento della responsabilità e della solidarietà. Ma quando la quarantena sarà finita non dimenticatevi di tutte queste categorie, che oggi nascondono i cocci sotto il tappeto. Non fatevi ingannare dai #restiamoacasa, o dalle imprecazioni contro le misure di austerità. Loro faranno finta di nulla: si muoveranno come noi, respireranno come noi e parleranno come noi, ma voi non dimenticate. A futura memoria!

 

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Di Filippo Klement

Filippo Klement
Classe 1990, ha studiato giurisprudenza, a latere un vasto interesse per la storia contemporanea e la politica.

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