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Fallimento della Bellanova: prova di un governo dell’inattuabile

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Le misure volte alla regolarizzazione dei braccianti, presentate nel Decreto Rilancio, dati alla mano, si stanno rivelando un vero e proprio fallimento.

Era diventata virale la conferenza stampa in cui Teresa Bellanova, ministro dell’Agricoltura, aveva annunciato in lacrime l’introduzione di misure mirate alla regolarizzazione dei lavoratori migranti impiegati nell’agricoltura, nel lavoro domestico e nell’assistenza alla persona.

In questi giorni, arrivati a poco meno dalla scadenza della procedura (prorogata al 15 agosto), la sanatoria che aveva fatto tanto discutere, non sembra aver preso la piega che si sperava.

Il Viminale ha infatti recentemente pubblicato un report che mostra un chiaro segno di inefficacia del provvedimento: le domande di regolarizzazione ricevute dal portale del Ministero dell’interno sono state fino ad ora solo 123.429, di cui 11.101 in corso di lavorazione.

 

 

Tenendo presente che le stime avevano registrato più di 400mila lavoratori sfruttati, i numeri sono davvero esigui. Insomma, la Bellanova ha fatto- come si suol dire- un buco nell’acqua. Cosa che appare ancora più grave considerando che, tale provvedimento, ha letteralmente rischiato di mandare il governo a gambe all’aria, con battaglie all’interno della maggioranza e grandi biasimi da parte dell’opposizione.

La misura sta mancando proprio nel suo scopo principale, quello di “rendere gli invisibili meno invisibili”, per usare le parole della stessa Bellanova. Da quello che risulta, ad oggi, solo una minima parte dei braccianti ha potuto ottenere davvero questa tanto bramata regolarizzazione.

Le radici del problema

Alla base di questo fallimento c’è un grosso problema, che purtoppo è stato ignorato dal governo per via del suo furore ideologico: sono gli stessi datori di lavoro abituati a pagare i braccianti 3 euro all’ora, che non vogliono agevolare il funzionamento di queste nuove misure.

Di conseguenza, le persone disposte a richiedere la regolarizzazione (rinunciando allo sfruttamento dei lavoratori invisibili) sono veramente poche. Questo provvedimento, parliamoci chiaro, è risultato fin da subito avulso dalla realtà.

 

Tralasciando i buoni propositi privi di concretezza e le lacrime teatrali del ministro, poi bisogna guardare ai fatti. E i fatti parlano chiaro.

E’ inverosibile pensare che un datore di lavoro si autodenunci e sborsi 500 euro di tasca propria per avviare la pratica di regolarizzazione di ogni lavoratore. Considerando oltretutto, che lo scudo penale non è valido per diverse categorie; in particolar modo per chi ha occupato alle proprie dipendenze lavoratori stranieri senza permesso di soggiorno.

E non parliamo della burocrazia che richiede tutte le pratiche di regolarizzazione. I vincoli per la presentazione della domanda sono esageratamente stretti; così come l’obbligo di avere un permesso di soggiorno scaduto solo a partire dal 31 ottobre 2019, di possedere un documento di identità valido e di fornire una documentazione che certifichi che il richiedente abbia già lavorato precedentemente in Italia.

In generale i tempi sono lunghi. Lunghissimi. Ostacolati da una burocrazia stringente che, come per ogni procedura nel nostro paese, rende tutto più difficile e sfiancante.

Il governo dell’inattuabile

 

Insomma, anche in questo caso, il governo ha dimostrato la grande problematica che lo contraddistingue fin dalla sua nascita e che continua a trascinarsi dietro riprovando sempre un’opinione ormai diffusa: tanti proclami in favore di telecamere, tanti bei propositi, ma pochissima concretezza

In teoria è tutto perfetto ma poi, nella pratica, inattuabile.

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Di Redazione Elzeviro.eu

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