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Fake news, cronaca nera, antifascismo ed il lavoro dimenticato

Crociate mediatiche per tacitare il dissenso, strumentalizzazione dei fatti di cronaca e riesumazione delle faide tra opposti estremismi. Questi sono i diversivi per aggirare il dibattito sul dissesto occupazionale.

Mesi e mesi di reciproche accuse personali, incentrate perlopiù su scandali sessuali e finanziari, al solo scopo di occultare le loro lacune programmatiche. All’incirca, sono sempre state queste le argomentazioni che hanno condotto la maggior parte degli addetti ai lavori a considerare la campagna elettorale americana del 2016 tra le più scarne di contenuti in assoluto. E non solo oltreoceano.
Un primato che tuttavia, si sta erodendo ogni giorno che passa. Come se ce ne fosse bisogno infatti, pare che gli italiani abbiano deciso di avvalorare una particolare attitudine, ormai tristemente sedimentata nei costumi postbellici del bel paese: quella di scopiazzare tutto il peggio degli yankee e di brutalizzarlo ulteriormente.

Diversivi strumentali

Dapprima, ci siamo trovati di fronte alle fake news, dopodiché ad una morbosa ed alquanto squallida strumentalizzazione della cronaca nera per poi assistere, dulcis in fundo, al recupero di un elemento decisamente amarcord (anche per dare un tocco più vintage a questo sconfortante avvicinamento alle urne): la strategia della tensione tra opposti estremismi.
Non ci è dato sapere se si sia trattato di un ordine strategicamente pianificato o se sia stato tutto improvvisato molto goffamente. Quel che è certo però, è la ratio strumentale di questi fenomeni, generati per offrire spunti, slogan, proposte e battaglie ai protagonisti della nostra politica, mai così a corto di idee e di programmi.

Le fake news

A dire il vero il primo passaggio, quello rappresentato dalla presunta contaminazione di notizie false, non è stato un episodio squisitamente italiano. Come abbiamo più volte sottolineato, si è trattato piuttosto di un modus operandi fatto proprio da tutte le élite neoliberiste occidentali e dai loro media di riferimento, al fine di screditare le nuove forze politiche alternative.
Dopo alcuni dispiaceri elettorali (Brexit, Trump, referendum italiano ecc.) e dopo un allarmante calo di consensi, la controffensiva comune in tutti i paesi dell’asse atlantista, è stata quella di ridicolizzare, se non addirittura di criminalizzare il dissenso. Le poche notizie e le poche analisi non conformi alle linee editoriali dei principali organi d’informazione sono state bollate come fake news, seguendo un processo di omologazione culturale volto a rappresentare i partiti ed i media liberal quali unici depositari della verità politico-economica ed i loro avversari quali irresponsabili disinformatori.

Strumentalizzazione della cronaca nera

I successivi due step invece, sono collegati da un rapporto di consequenzialità, per non dire di interdipendenza. L’escalation di un’insolita attenzione maturata dai nostri politici nei confronti della cronaca nera ha raggiunto il suo apogeo con l’omicidio di Pamela Mastropietro (seguito a ruota dal far west di Traini) ed è stato sublimato da una stucchevole strumentalizzazione degli eventi. Nel migliore dei casi ci si è limitati a starnazzare dabbenaggini riguardo la presunta figura giuridica del “mandante morale”, quando è andata male invece, abbiamo potuto ammirare uomini e donne di mezz’età classificare la gravità dei reati a seconda della nazionalità delle vittime e dei carnefici.

L’ultima distrazione: il recupero delle faide tra opposti estremismi

Tutto ciò ha segnato il completamento di un percorso di paranoia e psicosi antifascista intrapreso, ormai da diversi mesi, da quel che rimane della sinistra italiana. Il risultato scontato prodotto da questo inasprimento del dibattito è stato una pericolosa limitazione dell’agibilità politica, materializzatasi sotto forma di incidenti che ricordano (per ora solo lontanamente) quella strategia della tensione tra opposti estremismi cavalcata dallo Stato durante gli anni di piombo. Una strategia che, oggi come allora, assolve la stessa funzione che è stata prima delle fake news e successivamente della cronaca nera: quella di proverbiale arma di distrazione di massa.

Il grande assente di questa campagna elettorale

Distrazione da cosa? Dall’evidente mancanza di programmi di una classe politica che trova così il modo di raggranellare qualche consenso, pur omettendo il tema che dovrebbe recitare un ruolo da attore protagonista sulla scena del dibattito politico, ovverosia il lavoro.
Da una parte, è ipotizzabile che sia conveniente non parlare di certi temi in periodo elettorale, evitando così di rinfrescare la memoria sulle responsabilità (questa volta effettive e non solo morali) dell’attuale dissesto occupazionale. Dall’altra probabilmente, non se ne parla per una semplice carenza di idee.

Il lavoro falcidiato e poi occultato

Qualunque sia il motivo, la panoramica generale è nefasta e ricorda da vicino la distopica Los Angeles di “Essi vivono”. Come nell’intramontabile capolavoro di Carpenter, i consociati sembrano non accorgersi, per via di un’invisibile e misteriosa barriera, di ciò che viene celato di fronte al loro naso dai mass-media, venendo così distratti dal grande inganno democratico.
In questo modo, con un tasso di disoccupazione dell’11,2% (e quello giovanile del 33%), con il più alto numero di persone sotto la soglia di povertà in Europa, con imprese che licenziano 500 dipendenti delocalizzando impunemente, con datori che non assumono lavoratrici per il terrore della maternità e con una riforma del lavoro che ha eliminato la tutela reintegratoria nei licenziamenti illegittimi, noi stiamo dietro a faide anacronistiche. A guerre tra opposti schieramenti che non avrebbero i numeri per superare nemmeno la soglia di sbarramento del 3%.
A fare benaltrismo si commetterà anche peccato, ma in questo caso ci si azzecca alla grande.

Filippo Klement

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