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Si avvicina l’epilogo della (tragica) favola Tsipras (il traditore)

Domenica Syryza, il partito del premier greco Alexis Tsipras ha subito una drammatica sconfitta da parte di Nea Demokrateia (ND) e si andrà ad elezioni anticipate.

Appare importante capire cosa rappresentano queste due forze nella storia greca degli ultimi decenni.
ND è il partito che ha truccato i conti e che ha aperto la strada alla crisi e alla macellazione sulla pubblica piazza dell’intero paese; nell’immediatezza della crisi era un partito pressoché finito.

Syryza invece era emerso tumultuosamente da partito dell’estrema sinistra minoritaria a prima forza nazionale proprio perché rappresentava una forza radicale, percepita come ‘pulita‘ e capace di difendere i lavoratori in un momento di grave crisi. Va subito notato come Syryza si distinguesse dall’altra forza dell’estrema sinistra greca (il KKE, comunisti old style, un po’ come l’odierno partito di Rizzo) per il loro dinamismo culturale (partito dell’intellighentsia) e per il loro europeismo.

L’elettorato greco riteneva che alla pessima prova data dalla loro vecchia classe dirigente si sarebbe potuto porre rimedio con l’intervento di forze nuove, di sinistra, e alleate dei ‘fratelli europei‘ (come in Italia, l’elettorato greco era massicciamente europeista e, come in Italia, vedeva nell’Europa la possibilità di correggere le storture delle proprie classi dirigenti con il supporto delle istituzioni europee).

Questa breve favola

si schiantò nei mesi immediatamente successivi allo scoppio della crisi, in cui si cominciò a capire che, lungi dal voler aiutare la Grecia, il sistema europeo si fosse attivato con l’unica priorità di salvare i sistemi bancari francese e tedesco, a scapito della popolazione greca.

Ma dopo la delusione rappresentata dalla Commissione Europea, la cui natura di guardia pretoriana dell’impero franco-tedesco era oramai evidente, c’era ancora la speranza che Syryza e il suo giovane gruppo dirigente (Tsipras, Varoufakis) fossero in grado di opporsi al degrado sociale e ai diktat della Trojka. E questa credenza ha continuato a diffondersi, rafforzando la posizione di Syryza, fino al referendum del 2015, quando la netta maggioranza per il NO (Oxi) alle richieste della Trojka venne vigliaccamente tradita da Tsipras (portando all’allontanamento di Varoufakis).

Oggi, 4 anni dopo quel referendum,

la Grecia è un paese rassegnato e svuotato, con la quasi totalità dei suoi giovani in fuga all’estero, e le sue risorse lasciate in concessione ad aziende straniere, che lasciano sul territorio le briciole (il PIL greco in crescita, ricordiamolo per i meno avvertiti, non rappresenta naturalmente un aumento della ricchezza greca, ma solo l’aumento della ricchezza prodotta sul territorio. Il fatto che i profitti possano essere tassati all’estero, in paesi fiscalmente accoglienti dell’UE, rende la crescita del PIL greco un valore buono solo per la propaganda).

In questo contesto l’elettorato greco rappresenta in maniera esemplare l’intero elettorato popolare europeo, quell’elettorato di gente che campa del proprio lavoro e che si era aspettato protezione da parte della sinistra, mentre si è trovata lo spazio della protezione dei lavoratori occupato da forze che gli hanno insegnato semplicemente a rassegnarsi.

La contemporanea ‘tragedia greca

è in questo senso l’epitome della ‘nuova sinistra‘, quella sinistra post-comunista che dagli anni ’70 aveva occupato l’area delle ‘istanze sociali più avanzate’, con la serenità di non essere chiamata a dimostrare nulla stando all’opposizione, salvo poi dimostrare la propria deriva ideologica liberale alla prova dei fatti.

Quella sinistra che aveva sostituito l’Europeismo all’Internazionalismo Comunista,

dopo lo scacco dell’URSS, senza la minima comprensione di ciò che stava accadendo, e che una volta chiamata a prendere posizione aveva scoperto che l’unica saggezza che la propria intellighentsia era in grado di impartire era la RASSEGNAZIONE: il capitale ha vinto gioco, set e partita, e il nostro ruolo nella storia è di spiegarvelo con le buone.

Ecco, questo è quello che mi piace chiamare ‘Effetto Tsipras’.

Si tratta di quel fenomeno storico per cui i lavoratori di tutta Europa hanno trovato lo spazio politico di chi doveva tutelarli occupato da un ceto politico del tutto estraneo ai suoi interessi e del tutto incapace di interpretare la fase storica. L’occupazione di quello spazio ha ammutolito i lavoratori, privandoli di ogni rappresentanza, e li ha condotti alla rassegnazione (There Is No Alternative).

Il ceto politico di sinistra che incarna l’effetto Tsipras è quel ceto che aveva sostituito una fede (spesso dogmatica) nel Comunismo con una fede altrettanto dogmatica nell’Europeismo.
E così come la fede nel Comunismo richiedette per lungo tempo di non guardare con troppa attenzione la realtà in via di degenerazione della società sovietica, così la fede nell’Europeismo richiedeva di immaginare che si stesse lavorando per il socialismo mentre trattati e istituzioni mettevano nero su bianco un puro sistema neoliberale.

Ecco, l’effetto Tsipras è la ragione per cui la critica alla sinistra, per quanto oramai ridotta per lo più a pile di macerie, è un passaggio imprescindibile: perché non è una critica strettamente politica, ma ideale, una critica indispensabile per capire che c’è ossigeno anche fuori dallo scafandro claustrofobico in cui la sinistra ha chiuso sé stessa e con essa i lavoratori di tutta Europa.

tratto dal post di Andrea Zhok

Di Redazione Elzeviro.eu

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