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A mai più rivederci, Angela

Tragica retrospettiva su Die eiserne Lady, la lady di ferro di Germania.

Angela Merkel ha i suoi anni e, stanti le recenti debacle che hanno ridimensionato la CDU in Baviera ed in Assia, regioni dove comunque continua a primeggiare, la decisione di appendere il tailleur al chiodo è ormai stata presa.

Non si ricandiderà nel 2021. Non cambierà molto, forse, ma lo scenario politico europeo perderà il suo protagonista indiscusso. La cancelliera, infatti, ha giganteggiato nella politica del continente nell’ultimo quarto di secolo. La sua azione politica ha ridotto a consolato teutonico la Grecia ed è stata spesso deleteria per le economie sponda nord del Mediterraneo, ma non per le tasche dei tedeschi, certo. In alcuni casi la politica della leader cristiano-democratica è stata foriera delle “rivoluzioni populiste” che hanno investito gli stati delle dodici stelle. Dalla Brexit, a Orban, al governo gialloverde in Italia, ai successi di Podemos e Ciudadanos in Spagna.

La cancelliera non si è certamente comportata in modo virtuoso con i suoi alleati europei.

Il trattato di Roma istitutivo della CEE, infatti, predicava un solidarismo continentale senza precedenti, forse troppo avanti per il volksgeist dell’epoca, decisamente superato oggidì. La solidarietà è stata soppiantata dalla dittatura dei mercati a trazione tedesca e le varie nazioni si sono date botte e dall’agone economico politico (perché l’UE economia, e politica adattata all’economia) sono uscite alcune malconce ed altre rinforzate.

Il mercato del lavoro

ha perso molti dei suoi diritti in favore di una competizione marcata e prona ad accaparrarsi più schiavi. L’UE è diventata completamente dipendente dalle economie straniere, e dall’andamento di quella a stelle e strisce, mentre le esportazioni di Berlino aumentavano senza che l’Euro si rivalutasse, a discapito delle altre economie dell’area.

Per quanto riguarda la politica estera,

ha appoggiato gli ucraini nazionalisti e violenti, antirussi e spesso inneggianti al nazismo, de facto distruggendo l’economia di un paese che, per dimensioni e popolazione, poteva essere un diretto concorrente degli stati dell’Europa occidentale.

Ha sostenuto improvvidamente le scelte disastrose di Obama che ha sostenuto le primavere arabe, causando un’instabilità dal Maghreb al Medio Oriente che difficilmente sarà sanata nei prossimi 50 anni. Ha fatto entrare molti immigrati, è vero, (schiavi salariati, non certo per tenerezza) e li ha scelti tra i Siriani laureati: è stata molto attenta, infatti, a respingere subsahariani ed altra popolazione che in Germania avrebbe fatto fatica ad integrarsi.

Il suo razzismo

si è concretizzato sopra tutto quando ha sostenuto la guerra di Sarkozy contro la Libia, per concedere all’alleato di Parigi l’agognata e neocoloniale Francia africana.

Lei, tedesca dell’Est,

non ha saputo rilanciare la Germania orientale e ha la condizione economica di quelle aree resta molto sotto quella dell’Ovest. Ha chiuso un occhio di fronte allo scandalo delle emissioni di VW, forse anche due, permettendo alle automobili tedesche di distruggere la concorrenza di altri paesi. Le banche tedesche sono sull’orlo del crack: la situazione di Deutsche Bank è nota al mondo, ma le banche teutoniche seguitano ad accumulare titoli della finanza strutturata, che acuiscono la situazione di incertezza del sistema finanziario tedesco, e di conseguenza dell’area Euro.

I milioni di immigrati per mantenere il benessere hanno senz’altro acuito quelle tensioni razziali a cui la popolazione germanica non è certo aliena.

Innegabile è ch’essa sia il simbolo della riscossa economica tedesca, ma a che costo? Lo vedremo presto.
“Amo talmente la Germania che ne preferivo due”, disse Andreotti alla caduta del muro. Ma forse oggi direbbe: “amo talmente la Merkel che ne preferivo nessuna”.

 

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