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L’improbabile metafora di Repubblica tra il rogo di Notre Dame e il sovranismo

Sul tragico incendio della cattedrale parigina si potevano scrivere fiumi di inchiostro. Eppure, nella sede di Repubblica sono andati oltre, costruendo una incomprensibile strumentalizzazione politica.

 

Secondo alcuni addetti ai lavori, l’incendio divampato nella giornata di ieri all’interno di Notre Dame avrebbe scatenato una delle reazioni di massa più retoriche ed inconsistenti dell’epoca contemporanea. Opinione senz’altro condivisibile, ma che non tiene conto dell’ineluttabilità di questo effetto; anche per il più rispettabile dei commentatori infatti, di fronte ad una tragedia squisitamente simbolica e senza vittime (in attesa di conoscere la sorte del vigile del fuoco rimasto gravemente ferito durante le operazioni di contenimento delle fiamme), diventa quasi impossibile eludere quell’insormontabile muro di banalità, metafore dozzinali e morali a buon mercato durante la narrazione della notizia.

Tutto quello che può limitarsi a fare un buon opinionista semmai, volendosi distinguere positivamente rispetto ad un collega farlocco, è cercare di imprimere al suo racconto un fine o una struttura che lo portino ad essere snello, interessante e culturalmente pedagogico; oppure, senza avere troppe pretese, curarsi di evitare strumentalizzazioni eccessivamente fuori luogo. Quelle stesse strumentalizzazioni che segnano il confine, nemmeno troppo labile, tra il retorico e il patetico.

 

Si poteva scrivere di tutto

Un altro impressionante scatto della cattedrale in preda alle fiamme

Sul rogo che ha parzialmente distrutto la cattedrale parigina, nonché una delle icone della cristianità europea, si poteva scrivere davvero di tutto. Si poteva fare come Alberto Negri, rievocando i restauri, i rimaneggiamenti e le modifiche (non da ultima quella del 1860, culminata con la realizzazione della guglia polverizzata ieri dalle fiamme) a cui è stata sottoposta Notre Dame nell’arco dei secoli. Si poteva infondere speranza come Sky Tg24, elencando i precedenti solenni della Cappella della Sacra Sindone o del teatro Petruzzelli di Bari, invasi dalle fiamme e successivamente risorti dalle loro ceneri come l’araba fenice.

Si poteva scrivere del paradosso rappresentato dai magnati Arnault e Pinault e dalla loro donazione di 300 milioni a danno avvenuto, dopo che due anni fa lo stato francese non era stato in grado di garantirne 150 per dei lavori di manutenzione classificati come urgenti ed improrogabili; un ottimo pretesto per riflettere sull’impoverimento degli stati (e quindi delle loro comunità) al cospetto di pochi miliardari, nell’era dell’austerità europea e del neoliberismo. Si poteva parlare della sospetta e costante crescita dei casi di profanazione avvenuti nelle chiese transalpine nel mese di Marzo, tra i quali il rogo del portone di Saint Suplice: incendio inizialmente considerato accidentale, ma di cui si è successivamente appurata l’origine dolosa. E si poteva persino sdrammatizzare con una battuta, facendo notare a coloro i quali si stracciano le vesti per questa tragedia artistica, come utilizzare il Medioevo alla stregua di un sinonimo di ignoranza sia – per dirla alla Franco Cardini – un’ammissione di analfabetismo.

 

La Waterloo delle nazioni e la Caporetto di Repubblica

“L’audace” titolo di Repubblica nella sua versione online

Insomma, si poteva davvero scrivere di tutto. Si poteva attingere da un paniere sconfinato di opportunità. Eppure, nella redazione di Repubblica, sono riusciti nell’impresa di varcare il suddetto confine e scadere nel patetismo più grottesco, definendo l’incendio di Notre Dame “la Waterloo dell’idea di nazione”. Una conclusione di cui si fa fatica a capire la costruzione logica (stando alle farneticazioni di Merlo, il semplice fatto che la cattedrale fosse conosciuta come un simbolo francese nel mondo), ma che certifica il delirio paranoico delle quinte colonne del progressismo a ridosso delle elezioni europee.

E’ ormai tristemente acclarato come i risultati dei più autorevoli sondaggi, spingano i media liberal a sentirsi perseguitati dagli inquietanti spettri del sovranismo e del nazionalismo (ancora presentati come sinonimi, malgrado le enormi differenze strutturali), scadendo inevitabilmente in questi sottoprodotti dell’informazione. Una condizione a questo punto irreversibile. Una condizione che, restando in tema di metafore e disfatte belliche, certifica le origini alla base di quel declino che culminerà con l’inevitabile Caporetto editoriale del gruppo L’Espresso.

Di Filippo Klement

Filippo Klement
Classe 1990, ha studiato giurisprudenza, a latere un vasto interesse per la storia contemporanea e la politica.

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