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La vittoria di Biden è anche la vittoria dei guerrafondai neocon

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Vorrei essere più diplomatico ma la sinistra per Biden è il più fulgido esempio di come questa parte politica (o sedicente tale) abbia definitivamente smarrito qualunque capacità di lettura critica della realtà. E sia tristemente ridotta ad un infantilismo capace di ragionare esclusivamente su un piano manicheo, improntato alla dicotomia bene/male, buono/cattivo. Un livello di elaborazione da bambini di terza elementare.

di Antonio di Siena

Quello che infatti i nostri amici democratici proprio non riescono a capire è che le categorie del politico sono definite esclusivamente dai contenuti. E non dai contenitori.
Partiamo da un presupposto difficilmente contestabile: l’amministrazione Trump ha portato la politica estera americana su posizioni isolazioniste che non si vedevano da prima della guerra fredda.

Facendo tornare il GOP politicamente indietro di quasi un secolo, a quando cioè era di “sinistra”. Al contrario di quello democratico che era notoriamente schiavista, liberista e, quindi, di destra (ma questa è un’altra storia e non voglio destabilizzarvi troppo).

Una scelta in netta discontinuità col recente passato

che ha prodotto due risultati:

1) ha spinto sempre più liberali democratici a considerare un pericolo nazionale la ritirata geopolitica portata avanti da Trump;
2) ha allontanato gran parte della corrente ‘neocon’ dal partito repubblicano (da pezzi consistenti delle amministrazioni Bush, Colin Powell in testa, a uomini molto vicini a John McCain e Mitt Romney, passando per governatori e lobbisti).

Due anime teoricamente contrapposte che si sono ritrovate alleate nella ferma opposizione alla nascente “dottrina Trump” e nel tentativo di influenzarne la direzione. Talvolta anche riuscendoci (si pensi al mancato ritiro delle truppe dall’Afghanistan alla forte opposizione al piano di riduzione dei contingenti in Germania).

Un riavvicinamento che, in poco tempo, si è inevitabilmente tradotto nel tentativo di organizzarsi intorno ad una alternativa. Facendo così emergere una nuova coalizione orientata al ritorno di una politica estera fortemente interventista e belligerante, che ha finito per saldarsi attorno alla candidatura di Joe Biden.

E creando un nuovo, influentissimo, centro di potere destinato ad acquisire sempre più consenso e in grado di determinare in massima parte le scelte di politica estera della nuova amministrazione.

Uno scenario che non deve affatto sorprendere

almeno per quanti conoscono – seppure sommariamente – la politica statunitense. Perché la corrente neo-conservatrice non è mai rimasta circoscritta al partito repubblicano. Anzi.
Nati negli ambienti liberal e della sinistra americana (per certi versi anche trotzkista) i “neocon” sono diffusi anche fra i democratici americani. E fra essi godono di un certo consenso e influenza.

Il neo-conservatorismo, quindi, è un’ideologia assolutamente trasversale alla politica USA, che – ormai da decenni – promuove e fornisce appoggio ideologico alle campagne militari unilaterali di “esportazione della democrazia”. Una prassi che, nonostante molti giovani attribuiscano erroneamente a G. W. Bush, è tornata in auge con Bill Clinton. Proseguendo indisturbata fino ad Obama.

Un imperialismo guerrafondaio e destabilizzante destinato a riprendere come se niente fosse sotto Biden. Trovando nuova linfa e vigore nella saldatura fra le ragioni di quei repubblicani che puntano a far tornare il paese protagonista belligerante per ragioni di sicurezza nazionale, e la retorica dei diritti civili oramai unico tratto distintivo dei democratici.

I famosi diritti universali

da estendere al mondo intero per combattere dispotismo e barbarie, vero paravento ideologico per le peggiori porcate belliche degli ultimi decenni necessarie a creare porzioni di mercato globale sempre più consistenti.
Perché al di là della critica assolutamente minoritaria al neoliberismo economico promossa dall’ala sinistra del partito democratico (Bernie Sanders, Elizabeth Warren, Tulsi Gabbard), in tema di affari esteri i centri di potere che sostengono Biden hanno più volte manifestato la piena adesione alla storica agenda di Washington.

Che viene solamente declinata in maniera più “gentile” e – almeno apparentemente – mossa da motivazioni più nobili e meno “materiali” rispetto ai cercatori di petrolio repubblicani.

Una sorta di imperialismo liberale

che non ha nulla di progressista e risulta assolutamente incompatibile sia con la necessaria cooperazione politica con la Russia di Putin, che con quei pezzi del mondo arabo in grado di porre un argine concreto al dilagante islamismo. E risulta potenzialmente molto più destabilizzante di qualunque scenario guidato da un partito repubblicano trumpista fortemente orientato ad un conservatorismo nazionale protezionista e quindi parzialmente anti-liberoscambista.

Per questo trovo assolutamente ridicole le manifestazioni di giubilo per la vittoria di Biden. Ma vallo a spiegare ai plaudenti democratici che, nei fatti, stanno più a destra di Trump.
Quella delle etichette politiche è una vecchia truffa troppo dura a morire. Per fortuna chi doveva capire ha capito.
Gli altri sono irrecuperabili.

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