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La teocrazia israeliana e il pressapochismo di Salvini

Il ministro dell'interno con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu

Il vicepremier ha parlato di un simbolo di pace e democrazia. Una menzogna intollerabile, specie dopo la recente legge approvata dalla Knesset.

 

Ormai è ufficiale: l’ala verde dell’attuale governo grilloleghista, è quella adibita ai proclami. E’ quella che ha manifestato l’intenzione di rinegoziare le regole comunitarie svantaggiose per il proprio popolo e che non avrebbe mai ceduto a pressioni, diktat o ricatti provenienti dalla classe dirigente europea. E’ la stessa che ha millantato la necessità di opporsi alle miopi sanzioni contro la Russia, quale passaggio obbligato per far rifiorire i rapporti diplomatici con Putin, nonché per scongiurare un grave nocumento alle casse di molte imprese del Nord. Ed è sempre quella che ha sbandierato un’indignazione formale nei confronti del Qatar e delle altre monarchie del Golfo, sponsor ormai conclamati del terrorismo islamico.

Purtroppo però, si tratta anche della stessa porzione di esecutivo che ha contribuito a disattendere, in poco più di sei mesi, tutti i punti programmatici appena menzionati. Con l’UE si è giunti ad un mesto compromesso al ribasso (simile alla resa dello studente discolo di fronte alla nota della maestra), le sanzioni alla Russia sono state prorogate dal Consiglio Europeo anche grazie alla complicità del governo italiano, mentre, dulcis in fundo, l’emirato di Khalifa al-Thani si è trasformato in un “paese rispettoso e tollerante” nello stesso momento in cui è sopraggiunto l’odore di investimenti petromilionari.

 

L’elemento di rottura                          

Pare ormai acclarato come la strategia della Lega, in vista delle prossime europee, passi poco dal rispetto del manifesto elettorale, quanto piuttosto da una comunicazione pianificata e -stando ai sondaggi- estremamente efficace: un linguaggio d’impatto, fatto di prese di posizione nette e che dia l’impressione di lasciar poco spazio al cerchiobottismo politico tradizionale. Per l’appunto, una strategia dei proclami.

Una strategia nella quale Salvini tuttavia, ha fatto recentemente registrare un forte elemento di rottura. Se i proclami precedenti infatti, al netto del loro mancato rispetto pratico, muovevano da propositi incoraggianti o da una ostentata discontinuità rispetto alle linee guida dei governi precedenti, lo stesso non si può dire per le esternazioni su Hezbollah e Israele, durante la sua visita nello stato ebraico.

 

Una manipolazione (funzionale?) della realtà storica

Salvini posa eccitato accanto alla bandiera del suo “simbolo di pace”

In tal senso, a lasciare particolarmente esterrefatti sono le sentenze approssimative su una questione così annosa come quella palestinese; tanto per via di un insospettabile allineamento con le posizioni ortodosse della diplomazia internazionale, quanto per la dimostrazione di un’ignoranza aberrante (reale o inscenata non fa differenza) in materia di storia e geopolitica mediorientale.

E’ probabile che il ricorso ai soliti cliché triti e ritriti, utilizzati costantemente dalla retorica sionista come cavalli di battaglia, possa derivare da una scelta attentamente ponderata dal ministro dell’interno e funzionale a blindare in cassaforte i voti della componente più islamofoba del suo elettorato. Purtroppo però, dipingere Israele come un baluardo democratico ed un simbolo di pace resta un’imperdonabile manipolazione della realtà storica. Specialmente in questo periodo.

 

La discriminazione normativa

Nel mese di Luglio la Knesset (il parlamento israeliano) ha approvato la cosiddetta legge sullo “stato-nazione”. Un testo che, oltre a dichiarare Gerusalemme capitale indivisibile dello stato, sancisce il primato del popolo ebraico per quanto concerne diritti civili, lingua, festività, tradizioni ed autodeterminazione nazionale: in poche parole, relega la minoranza palestinese (circa il 20%) alla condizione di comparsa subordinata e legalmente discriminata. Una comunità declassata a portatrice di interessi particolari, che dovrà subire la giudaizzazione normativa imposta dal parlamento e sarà costretta ad assistere all’ulteriore espansionismo territoriale delle colonie ebraiche.

Una panoramica della Knesset

Con tutti gli sforzi umanamente possibili, risulta difficile scovare le differenze utili per distinguere nettamente “l’unica democrazia del Medioriente” da qualsiasi altra “tirannia islamica”. Non è nient’altro che una rigidissima teocrazia che riconosce esplicitamente l’esistenza di figli e figliastri su base confessionale, perseguendo in modo lento, sadico e calcolato quello che è stato, sin dall’inizio, l’obiettivo del progetto sionista: la colonizzazione completa della terra promessa.

 

La genesi migratoria che Salvini ignora

Inoltre, accantonando le riflessioni sulle dubbie proprietà democratiche di Israele, il post pressapochista ed arruffapopolo di Salvini lascia spazio anche ad un paio di buffi cortocircuiti ideologici. Da una parte abbiamo il prologo con cui il vicepremier esordisce sul suo profilo “chi vuole la pace sostiene il diritto all’esistenza ed alla sicurezza di Israele”. Come se per sostenere la pace, fosse propedeutico il supporto ad uno stato che, con cadenza regolare, interferisce militarmente contro gli unici eserciti impegnati in prima linea contro il terrorismo (compreso lo sconfinamento in Siria che ha causato l’abbattimento di un jet russo nel mese di settembre).

Dall’altra troviamo un paradosso più sottile -neanche troppo- e più divertente. Salvini infatti, si prodiga nella magnificazione di un paese in cui un’orda di immigrati ha occupato (con la persistente e criminale complicità della comunità internazionale) un suolo altrui, per poi sostituire la popolazione autoctona con la propria: di certo, non un modello di riferimento esemplare per il leader di una forza sovranista ed identitaria.

Di Filippo Klement

Classe 1990, ha studiato giurisprudenza, a latere un vasto interesse per la storia contemporanea e la politica.

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