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La lotta mondiale per il Vaccino da Coronavirus

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Le ricerche sulla creazione di un nuovo vacino anti-Covid sembrano andare per il verso giusto: si apre lo scenario per una “lotta” internazionale al fine di accaparrarsi il prima possibile la grande soluzione a questa epidemia.

Se esiste una certezza al giorno d’oggi, è che l’unica soluzione possibile alla pandemia di Covid-19 che ha messo in ginocchio il mondo negli ultimi mesi sia l’ottenimento di un vaccino. E questa è una consapevolezza che tutti i paesi hanno ben chiara. Soprattutto perchè trovare un vaccino non solo vorrebbe dire beneficiarne per primi, ma anche assicurarsi un certo prestigio internazionale. Almeno 118 aziende concorrono attualmente per il vaccino e già 8 di queste hanno iniziato a effettuare test sull’uomo.

In prima linea troviamo sicuramente la Cina, la quale, dopo essere stata additata da tutto il mondo come la responsabile di questa pandemia, vuole riabilitare la propria immagine a livello globale (tra tutte le farmaceutiche cinesi, in particolare, la Cansivo sembra detenere una posizione di avanguardia).

A dimostrare la propria voglia di riscatto, è stato proprio Xi Jinping, il quale ha dichiarato di voler donare 2 miliardi di dollari per la ricerca; il Presidente della Repubblica popolare ha aggiunto inoltre, che nel caso in cui Pechino dovesse trovare un vaccino, lo renderebbe un bene pubblico mondiale.

Anche l’Europa non sembra da meno

Il Regno Unito, insieme all’Italia, ha senza dubbio raggiunto una posizione di rilievo nella ricerca. Già ad aprile l’Università di Oxford e l’Imperial College di Londra avevano avviato una sperimentazione sull’uomo, in collaborazione con l’azienda di Pomezia Advent-Irbm.

La stessa università ha da poco annunciato un accordo con una multinazionale britannica per la produzione di 100 milioni di dosi di un vaccino, che secondo le stime, potrebbe già essere commercializzato a settembre. Esclusivamente italiana è invece l’azienda di biotecnologie Takis di Castel Romano, dove il vaccino è risultato funzionante sulle cavie ed entro questa estate dovrebbero iniziare le sperimentazioni sull’uomo.

La Francia e la Germania sembrano procedere di buon passo, ma gli Stati Uniti sono dietro l’angolo, pronti a trarne giovamento. La Francia, con la farmaceutica Sanofi, e la Germania con la farmaceutica CureVac, stanno riscontrando dei risvolti positivi sui propri trial clinici, ma a quanto è emerso, stanno già contrattando con gli Stati Uniti per il possedimento di un eventuale vaccino.

A marzo, la società tedesca avrebbe ricevuto un’offerta dallo stesso governo americano per spostare interamente la sua ricerca scientifica negli Stati Uniti. Mentre la Sanofi, il gigante della farmaceutica francese, ha recentemente lasciato intendere che saranno proprio gli USA ad avere la priorità su un ipotetico vaccino, considerando il loro ingente contribuito economico alla ricerca.

L’America sembra la più agguerrita

 

Nelle ultime settimane i mercati azionari statunitensi sono saliti alle stelle in seguito all’annuncio di un promettente vaccino contro il Coronavirus da parte della società farmaceutica Moderna, che in collaborazione con l’Istituto Nazionale delle Malattie Infettive degli USA, ha reso noti i primi risultati positivi di sperimentazione sull’uomo. E’ stato lo stesso Trump stesso a dichiarare:

“Penso che avremo un vaccino entro la fine dell’anno, e penso anche che la distribuzione avverrà quasi simultaneamente perché abbiamo attivato l’esercito”

Gli americani stanno cercando di attuare una strategia scaltra: unire aziende farmaceutiche private, agenzie del governo e settori militari per bruciare i tempi ed arrivare alla fine dell’autunno al vaccino. La possibilità che la scoperta del vaccino sia interamente americana potrebbe andare a discapito però di tutto il resto del mondo. L’amministrazione Trump infatti si è dimostrata coerente con la propria linea politica anche in questo caso, con la volontà di porre prima di tutto le esigenze americane.

I rischi di un accesso privilegiato al vaccino

L’idea di fondo, anche se non ancora esplicitamente dichiarata, sarebbe quella di far fruire prima l’interna popolazione statunitense del vaccino, e poi in un secondo momento (e propabilemente dopo i giusti incentivi economici) condividerlo con il resto del pianeta.

Questa eventualità sarebbe un grosso pericolo per noi europei, ma soprattutto, per i paesi del terzo mondo: l’accesso ai vaccini non è mai stato omogeneo in tutti gli angoli del pianeta e spesso dipende dal potere di acquisto degli stati. I paesi a basso e medio reddito, che già riversano in pessime condizioni a causa di strutture sanitarie insufficienti e molteplici rischi di infezione, hanno un potere d’acquisto bassissimo, cosa che li svantaggerebbe di molto nella corsa al vaccino.

Una linea di azione aggressiva di questo tipo è ormai un elemento caratterizzante della politica statunitense degli ultimi anni, ma forse, con la comparsa di questa epidemia che ha messo sotto scacco l’intero pianeta, ci si aspettava di intravedere un barlore di morbidezza, di collaborazione tra stati (soprattutto tra quelli maggiori) contro un grande nemico comune: il virus. Ma umanità e relazioni internazionali, si sa, raramente convergono.

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Di Natalia Castiglioni

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Studentessa di Scienze Internazionali, dello Sviluppo e della Cooperazione presso l'università di Torino, appassionata di politica ed economia.

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