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La Lega e la Russia: l’ennesima inchiesta fuffa de L’espresso

Il vicepremier Matteo Salvini ed il Presidente della Federazione Russa Vladimir Putin

Secondo il settimanale di Damilano la Lega avrebbe ricevuto finanziamenti elettorali da parte del Cremlino. Uno scoop del quale nemmeno i giornalisti stessi sembrano essere così sicuri.

 

C’è un’evidente costante che accompagna il percorso della Lega negli ultimi mesi e riguarda l’improprio accostamento del partito alle cifre a sei zeri; talvolta improprio per via di una narrazione volontariamente distorta (vedi il caso dei 49 milioni “rubati”), talaltra a causa di semplici illazioni non corroborate dai fatti. Nell’ultima fattispecie, la summenzionata costante leghista incontra quella che caratterizza il percorso recente del settimanale L’espresso: un delirio senza fine, paradigmatico di chi vive da tempo con l’acqua alla gola.

Nel numero di Domenica 24 Febbraio la rivista diretta da Marco Damilano ha confermato il proprio periodo di appannamento, fatto di copertine infelici, propaganda progressista mascherata da informazione e stati di agitazione dovuti ai tagli del costo del lavoro – pari al 30% – . Lo ha fatto cercando uno scoop sensazionale, una sorta di all-in per rimettersi in gioco e riacquistare prestigio di fronte ai (pochi) lettori rimasti. Sfortunatamente però, restando nei meandri del gergo pokeristico, la puntata nasconde in realtà un gigantesco bluff, non così difficile da smascherare nemmeno per i giocatori meno esperti.

 

La spy story

Il direttore del settimanale L’Espresso Marco Damilano

Secondo l’inchiesta di Giovanni Tizian e Stefano Vergine, il Carroccio avrebbe ricevuto un ingente finanziamento da parte del Cremlino in vista delle prossime elezioni europee. Una sorta di Russiagate in salsa italiana, nel quale la posta in palio si aggirerebbe attorno ai 3 milioni di euro, sotto forma di gasolio da vendere ad un’impresa dello stivale; un oscuro stratagemma per rifocillare le casse dei sovranisti nostrani insomma, sperando che possano rivelarsi utili a ribaltare l’attuale assetto delle istituzioni comunitarie.

La sceneggiatura di questa spy story è tanto clamorosa quanto intrigante, non c’è dubbio. La presenza di un vassallo non ufficiale del vicepremier leghista come Gianluca Savoini, gli accordi nell’ombra con uno dei petrolieri più influenti dell’oligarchia russa, le parti immortalate durante la trattativa condotta dietro le quinte: ci sono tutti gli ingredienti per un romanzo degno di John Le Carrè. Peccato per il finale, che, come spesso accade nei libri di spionaggio, lascia l’amaro in bocca. Secondo i segugi de L’espresso infatti, “non sappiamo com’è andato a finire l’affare e se l’accordo è stato siglato”. Una conclusione che trasforma l’inchiesta sulle macchinazioni del primo partito italiano, in una mera opera di fantasia basata su congetture prive di riscontro.

 

E anche se fosse?

Presa coscienza dell’ammissione di inconsistenza e della benché minima validità giornalistica dello “scoop del secolo”, vale la pena porsi un interrogativo: e anche se fosse? Fingendo per un attimo che questo vaneggiamento cospirazionista – figlio della russofobia paranoica degli ambienti progressisti occidentali – possa avere un fondamento di verità, cosa dovrebbe provocare indignazione, vergogna o disapprovazione? Per intenderci, quei sentimenti che ogni giornalista d’inchiesta che si rispetti mira ad innescare nel lettore. Cosa ci sarebbe di più rilevante o di più inappropriato rispetto a tanti altri casi analoghi beatamente ignorati o, perfino, accolti con esplicita approvazione?

Non sono forse più sporchi i soldi che l’Italia incassa, nel silenzio generale, producendo – in Sardegna – parte dell’arsenale bellico con cui i sauditi stanno devastando lo Yemen, seminando morte, carestia e quella che l’ONU ha definito la più grave crisi umanitaria del secolo? Tuttavia, questi sono canali ufficiali tra istituzioni di stati sovrani e l’accostamento potrebbe non essere ritenuto pertinente dai più pignoli.

 

Il caso Clinton e le sanzioni

Hillary Clinton

Ad ogni modo, spulciando nella categoria dei rapporti tra nazioni poco raccomandabili e partiti, i paragoni non mancano. Senza andare troppo a ritroso nel tempo, la campagna elettorale di Hillary Clinton venne esplicitamente foraggiata proprio dal regime di Riyad (sempre quello di cui sopra), il quale effettuò un versamento di 20 milioni di dollari perfettamente documentato sul sito della Clinton Foundation. Nonostante l’assoluta trasparenza del finanziamento, non abbiamo memoria di una qualche levata di scudi, né tantomeno di un’inchiesta simile portata avanti dalle redazioni del gruppo l’espresso; al contrario, quasi tutto l’apparato mediatico italiano, salva qualche sporadica eccezione, non nascose di nutrire simpatie verso la candidata del Partito Democratico.

Con buona pace dell’intellighenzia progressista, gli adepti di Damilano hanno prodotto l’ennesima inchiesta senza valore, nonché uno scoop farlocco, buono solo per rimarcare il proprio timore verso Putin. Un vero peccato in realtà. Già, perché se in questa ricostruzione ci fosse anche solo un’oncia di verità, potremmo finalmente assistere ad una coraggiosa apertura internazionale da parte del nostro esecutivo. Quello stesso esecutivo così “fedele” al Cremlino, da aver votato a favore del rinnovo delle famose sanzioni ed aver causato al nostro export una perdita pari a 3 miliardi di ricavi (1 nel solo settore agroalimentare). Tanto per citare nozioni che andrebbero tenute a mente quando si parla di mancata crescita e di incontestabili vincoli europei.

Di Filippo Klement

Filippo Klement
Classe 1990, ha studiato giurisprudenza, a latere un vasto interesse per la storia contemporanea e la politica.

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