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Iran: i media si accodano (ancora) all’imperialismo americano

In giurisprudenza si chiamerebbe aggravante della recidiva, ovvero la ripetizione consapevole delle stesse modalità dell’atto illecito ed è il comportamento assunto dai media mainstream nei confronti dell’Iran.

di Gabriele Tebaldi

Si sta infatti riproponendo con inquietante somiglianza lo stesso spartito già udito prima di tutti gli interventi militari occidentali in Medio Oriente e Nord Africa dopo il 1989. Dall’Iraq alla Serbia, dall’Afghanistan alla Libia, passando per la Siria. Il protocollo d’azione è sempre quello e lo abbiamo già scritto nero su bianco in un nostro pezzo piuttosto esaustivo sulla vicenda libica.

In primis c’è un lungo e scientifico processo di denuncia politica messo in moto, guarda caso, da quei Paesi, che, come gli Stati Uniti, hanno comprovati interessi di natura geopolitica e commerciale nello Stato incriminato. Tale denuncia può durare svariati anni e ha tre semplici obiettivi:

  1. Identificare un nemico (se barbuto e con un’avversione nei confronti delle politiche espansionistiche israeliane ancora meglio)
  2. Denunciare presunte violazioni di diritti umani e di trattati sottoscritti con la comunità internazionale
  3. Imporre un durissimi regime di sanzioni commerciali atte a provocare una conseguente crisi economica nel Paese.

Ed ecco che al termine di questi precisi passaggi logici

interviene il secondo grande step: la legittimazione mediatica. Una volta che infatti il Paese in questione è in preda ad una crisi economica causata dalle sanzioni, cui seguono le ovvie rivolte popolari per gli aumenti dei prezzi e il caro vita, la presunta repressione posta in atto, viene sbandierate dal circolo mediatico mainstream come prova fattuale della malvagità intrinseca e della necessità di un intervento, denominato “umanitario”.

Dovremmo tutti ricordarci come si sono risolti tutti gli interventi “umanitari” dal 1989 ad oggi. Alla speranza di esportazione di democrazia è poi seguito l’amara constatazione di avere portato la distruzione materiale, economica, sociale e culturale in Stati che nel bene o nel male, avevano un loro equilibrio interno. Devastazioni che hanno inoltre seminato le piante dell’odio verso l’occidente, creando i presupposti per la nascita di Al Qaeda, prima, e dello Stato Islamico poi. Per non parlare delle ondate migratorie connesse. Insomma, un disastro su tutti i fronti.

Il discorso di insediamento del Califfo Abu Bakr Al Baghdadi, fatto sulle ceneri di un Iraq distrutto dall’intervento occidentale

Eppure nonoste l’evidenza e l’ossessionante ripetitività della storia

ancora oggi assistiamo stupefatti alla legittimazione medicatica della prossima aggressione imperialistica occidentale che sta per riproporsi contro l’ultimo Stato sopravvissuto di questo romanzo thriller: l’Iran. Sulla Republicca Islamica iraniana si sono abbattuti tutti i passaggi prima menzionati. C’è stata l’identifazione di un nemico: il regime delgi ayatollah.

C’è stata la denuncia di una presunta violazione del trattato sul nucleare. Violazione che non è stata mai confermata dalle autorità internazionali di vigilanza competenti. C’è stato infine l’embargo che sta portando disordini e manifestazioni di piazza nel Paese. Puntuale come un orologio, ecco che è iniziata la seconda fase, quella che vede protagonisti i media occidentali, scondinzolanti nel rivedere il loro vecchio padrone tornato alla carica.

Il regime dell’Iran reprime le rivolte con metodi fascistoidi. Ma gli iraniani non hanno più timore di tutta l’ideologia che li circonda da quarant’anni, la deridono e quando possono la distruggono. Ed è così anche negli altri paesi in rivolta

Scrive Il Foglio

già giornale sponsor dell’intervento americano del 2003 in Iraq, che ha causato mezzo milione di morti civili oltre ad aver creato le  condizioni per la nascita dell’Isis. Robetta da niente.

Dopo la decisione del governo di aumentare il prezzo della benzina del 50%, scoppia la protesta in diverse località.

Scrive la Repubblica che omette la responsabilità delle sanzioni Usa sull’aumento del prezzo della benzina iraniana. Un dettaglio non del tutto irrilevante.

Infine c’è il buongiorno di Mattia Feltri su La Stampa, che fa un accorato appello contro la presunta decisione del Governo iraniano di condannare all’impiccagione dei non meglio precisati “leader della protesta”. Un lamento funebre che invita implicitamente ad un’azione occidentale volta al cambiamento di regime, anche con la forza. Salvo poi scoprire che nessuna autorità iraniana ha annunciato impiccagioni.

Si trattava invece di un appello, un po’ colorito, da parte di un giornale iraniano, evidentemente estremista. Eppure è a partire da queste notizie travisate che si scatenano le guerre.

Sono i rapporti di Amnesty International

fatti sulla base di testimonianze di persone che nemmeno risiedono nel Paese presunto colpevole, che in passato, e oggi, hanno legittimato interventi militari. Ed ecco che una domanda sorge spontanea per Mattia Feltri e per chi, come lui, sta avendo un ruolo attivamente consapevole nell’applicazione del protoccolo d’intervento dell’imperialismo occidentale: dov’eravate negli ultimi 30 anni?

Forse che vi sono sfuggite le frettolose e goffe scuse di Tony Blair, dopo l’ammissione dell’assenza di prove sull’esistenza di armi di distruzione di massa di Saddam Hussein?

Ci risulta però improbabile pensare che giornalisti così qualificati abbiano nascosto la testa sotto la sabbia per così troppo tempo. Di fronte ad un simile peccato recidivo sussite una sola spiegazione plausibile.

Ci troviamo di fronte a persone che sono convinte della bontà di quanto successo negli ultimi 30 anni. Convinti che una guerra e i suoi orrori siano in fondo un male necessario per esportare quello che loro ritengono il migliore dei sistemi possibili.

 

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