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Il caso Floyd ci ricorda che il razzismo sociale è un virus difficile da estirpare

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Negli ultimi giorni il mondo intero ha assistito all’ennesima scena di violenza e razzismo nei confronti di un membro della comunità afroamericana da parte della polizia statunitense. Il video che ha fatto il giro del web mostra l’arresto di un uomo di colore da parte di alcuni agenti bianchi, uno dei quali applica col suo ginocchio una pressione sul collo dell’uomo di una forza tale da provocarne la morte.

Minneapolis, ore venti di lunedì 25 maggio. Un uomo, identificato poi come George Floyd, viene fermato da una pattuglia mentre si spostava in macchina. Nel comunicato, il Police Department afferma che l’autista «sembrava guidare in condizioni alterate». Formula usata comunemente per indicare un caso sospetto di abuso di alcol o di droghe. Inizialmente la dinamica sembra quella di un normale controllo. Poi, però, l’uomo sembra opporre resistenza e ne nasce una colluttazione. Ma, alla fine, gli agenti riescono a bloccare a terra e ammanettare il «sospetto».

“I can’t breathe”

Il tutto accade sotto gli occhi dei passanti che filmano la scena raccapricciante. “I can’t breathe. Please, don’t kill me”. Non riesco a respirare, per favore, non uccidetemi. Queste le ultime parole ansimate dal quarantacinquenne prima di diventare immobile, con gli occhi chiusi, faccia a faccia con l’asfalto. Floyd sembra aver perso conoscenza, ma l’agente non molla la presa. Si sentono persone intervenire chiedendo al poliziotto di smetterla. “L’avete ucciso. Non si muove.”, gridano, impotenti. Un testimone invita gli agenti a controllare il polso dell’uomo, ma nessuno fa niente. Finché non arriva un’ambulanza a portare via il corpo ormai inerme di George Floyd su una barella.

“Stava avendo un problema medico”

La versione ufficiale del Minneapolis Police Department sostiene che nel momento dell’arresto gli agenti «si sono accorti che stava avendo un problema medico». Avrebbero, di conseguenza, chiamato i soccorsi. Dopo la pubblicazione del video, l’FBI e il Minnesota Bureau of Criminal Apprehension hanno iniziato ad indagare sull’accaduto e i due poliziotti coinvolti sono stati messi inizialmente in congedo amministrativo retribuito. Martedì sera, il sindaco di Minneapolis Jacob Frey ha annunciato su Twitter il licenziamento di quattro agenti coinvolti nel caso Floyd.

Un déjà vu

L’episodio di Minneapolis è stato messo in relazione con il caso Eric Garneraccaduto sei anni fa. Il 14 luglio del 2014, un afroamericano venne ucciso per soffocamento durante un tentativo di arresto. Garner era stato fermato in una strada di Staten Island, New York, con il sospetto di contrabbando di sigarette. Anche quella volta, il tutto era stato ripreso in video da un testimone. Gli agenti Daniel Pantaleo e Justin Damico lo avevano avvicinato e, dopo una resistenza da parte del quarantaquattrenne, un poliziotto aveva cercato di arrestarlo in modo piuttosto brutale prendendolo per il collo. Garner era stato poi gettato a terra dagli agenti che lo avevano schiacciato con i loro corpi. “I can’t breathe”, le stesse parole che si sentivano dire dall’uomo prima di perdere conoscenza e morire nel giro di pochi minuti dopo essere stato portato in ospedale.

La reazione della comunità

Dopo l’ennesimo abuso di potere della polizia americana, la comunità si è unita a livello globale attraverso i social. A Minnesota sono anche state organizzate diverse manifestazioni di protesta. Sui muri di fronte alla casa dell’agente Derek Chauvin, attore della manovra eseguita con il ginocchio, sono apparse le scritte “killer” e “assassino”. I dimostranti hanno sfilato dal luogo dell’accaduto fino al distretto di polizia, scandendo lo slogan “I can’t breathe”. Gli agenti, in tenuta antisommossa, hanno risposto lanciando gas lacrimogeni e proiettili di gomma per disperdere la folla.

Black Lives Matter

L’avvenimento ha riportato alla luce il movimento Black Lives Matter. Risalente al 2013, era stato fondato a seguito dell’omicidio di Trayvon Martin. Ma negli ultimi anni i suoi attivisti hanno trovato sempre meno spazio, seppure il razzismo contro i neri non sia stato superato e gli omicidi della polizia siano ancora frequenti. “I produttori di trasmissioni televisive hanno smesso di contattarmi subito dopo l’elezione di Donald Trump”. Queste le parole di Melina Abdullah, cofondatrice della sezione Los Angeles di Black Lives Matter.

Il ruolo importante di questo movimento resta attivo, però, a livello locale. In diverse città ha cercato di trasformare le proteste in campagne politiche per migliorare le condizioni di vita dei neri. Spesso ha anche portato le autorità comunali ad adottare misure per ridurre la violenza nei confronti delle minoranze.

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Di Barbara Toscano

Barbara Toscano
Studentessa di Comunicazione, ICT e Media all'Università di Torino, con una passione per gli affari internazionali e la tecnologia.

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