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Enrico Letta: il guerrafondaio europeista

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Il lupo perde il pelo, ma non il vizio. Un detto che calza a pennello per descrivere alcuni esponenti dell’europeismo più estremo, come Enrico Letta, che in occasione dell’ennesima vittoria del Presidente della Bielorussia Lukashenko, hanno disotterrato abitudini guerresche mai sopite.

di Gabriele Tebaldi

Certo non è intenzione di questo giornale entrare nel merito di un procedimento elettorale, quello bielorusso, che dal 1994 segue sempre lo stesso spartito. Plebisciti quasi unanimi consentono a Lukashenko di rimanere saldo al potere in un Paese che non ha mai rinnegato il suo passato sovietico. Tuttavia ciò’ che preme alla nostra cronaca è far notare i cortocircuiti intellettuali in cui incappano, con puntualità svizzera, i principali esponenti dell’europeismo. Questi, infatti, accecati da una fede verso l’Unione europea ormai divenuta di rango religioso, non tollerano l’esistenza stessa di sistemi che non abbiano tra gli obiettivi il rispetto dei trattati stilati da Maastricht a Lisbona.

Esattamente come gli adepti del califfato islamico, l’europeista ha portato la sua battaglia religiosa su un grado più alto: quello della jihad fattuale. Ovvero il principio della tolleranza zero che prima si manifesta con dichiarazioni intimidatorie e poi si concretizza con veri e propri interventi armati e cambi di regime. Se poi questi debbano avvenire con il supporto di gruppi paramilitari dalla dubbia vocazione democratica, poco importa.

E’ uno spartito cui abbiamo assistito in Ucraina, correva l’anno 2014

In quel caso gli europeisti non si fecero particolari problemi nell’appoggiare gruppi paramilitari dalle simpatie naziste, pur di rovesciare un Governo eletto che aveva tra le sue colpe quella di non avere nei piani l’adesione all’Unione europea. Ricordiamo a tal proposito l’accoglienza riservata dall’allora presidente della Camera Laura Boldrini al Presidente della Rada ucraina e filonazista Andriy Parubiy,

Oggi come allora, l’esercito della salvezza europeista si è ricompattato. Enrico Letta ha guidato l’assalto con un tweet che, se non è una dichiarazione di guerra alla Bielorussia, poco ci manca:

Secondo l’ex Primo Ministro italiano

il potere dell’Unione europea si deve estendere quindi anche al di fuori dei suoi confini, con il proposito di convertire gli “infedeli” di turno ai principi del libero mercato, dell’euro e dell’austerità. Un’azione che deve essere intrapresa con la forza degli atti. In questo caso, c’è poco spazio per l’interpretazione: Enrico Letta auspica un cambio di regime da ottenere ad ogni costo.

Sulla stessa scia di Enrico Letta, si colloca anche un altro esponente dell’europeismo italiano più intransigente, ovvero Nicola Fratoianni. Anche lui intervenuto per dire che

l’Unione Europea deve condannare l’operato del presidente (bielorusso) e intervenire fermamente per evitare che la situazione peggiori ancora”.

La parola d’ordine è intervenire.

Non è ancora chiaro quale norma del diritto internazionale possa giustificare l’intervento dell’Unione europea su uno Stato che è al di fuori dei suoi confini. Tuttavia, trattandosi di propositi fideistici più che legali, dovremmo comprendere che per l’europeista l’Ue rappresenta la fine della storia e dell’umanità.

Negli interventi di Letta e Fratoianni

è implicita la convinzione che non ci sia futuro per l’intera umanità, se non nell’ingresso nell’Unione europea, quasi a simboleggiare l’entrata in un mondo ultraterreno dalla durata eterna.

E bisogna comprendere che quando si è cosi abbagliati dalla fede, difficilmente possono saltare all’occhio alcune evidenti contraddizioni.

“Intervenire per ripristinare la democrazia” è una frase che stona se pronunciata da un esponente di quell’Unione europea che non si fece alcun problema nel trasformare in carta igienica il risultato del Referendum greco del 2015.

Come non dimenticare, sempre in Grecia, la chiusura degli sportelli bancari voluta e rivendicata dall’allora Presidente della Bce Mario Draghi, proprio per tentare di influenzare l’esito di quel Referendum.

Questo principio

è poi difficilmente conciliabile con cariche della stessa istituzione che, a seguito delle elezioni italiane del 2018, ebbero a dichiarare: “I mercati insegneranno agli italiani come votare”. Gunther Oettinger dixit (allora Commissario europeo per il bilancio).

A fronte di questa evidente bipolarità potremmo azzardare una banalissima diagnosi psicoanalitica: sembra che l’Unione europea e i suoi più fervidi esponenti si scaglino con incredibile ferocia verso i sistemi “diversi” attribuendogli le peggiori colpe, semplicemente perché in queste rivedono quelle del loro amato feticcio.

 

 

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