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Dottor Donald e mister Trump

Rispetto ai proclami elettorali, dall’operato del tycoon emerge un netto contrasto tra l’isolazionismo mancato ed il concreto protezionismo.

Vuoi per superficialità, vuoi per ignoranza, vuoi per una semplice questione di comodità, l’uomo ha sempre tentato di suddividere il mondo in un’eterna contrapposizione manichea: arte classica contro arte contemporanea, Rolling Stones contro Beatles, Pelé contro Maradona, Federer contro Nadal e via discorrendo. Per non parlare della politica, che non solo non fa eccezione, ma con tutta probabilità rappresenta la sublimazione assoluta di questo postulato.

Nell’era post-ideologica, la tradizionale dicotomia tra destra e sinistra sta scivolando con velocità sempre più sostenuta verso un archivio di reperti archeologici, venendo rimpiazzata sullo scenario internazionale da due nuove macrocategorie, destinate a caratterizzare i cruciali decenni a venire: sovranisti ed anti-sovranisti. Un fenomeno che negli USA, patria del bipartitismo più feroce e dogmatico, si sta sviluppando secondo una particolare declinazione, figlia dell’avvento di Trump e della conseguente personalizzazione del dibattito politico.

Aspettative malriposte

Sin dagli albori della sua candidatura, il tycoon ha suscitato sentimenti contrastanti (non solo al di qua dei confini a stelle e strisce), dovuti perlopiù al suo ruolo di assoluto neofita del palcoscenico politico. Curiosità, scetticismo, gioia, timore. Un copione già visto in Italia durante l’ascesa al potere di Berlusconi.

Ritornando al tema delle grandi dicotomie, i possibili approcci di Trump in politica interna ed estera, hanno quasi sempre rappresentato l’unica fonte di condivisione tra ammiratori e detrattori. Il fortissimo protezionismo da repubblicano doc, sbandierato durante quell’estenuante e squallida campagna elettorale del 2016, faceva presagire un’America più isolazionista, meno aggressiva sulla scena internazionale e più concentrata nel rilancio industriale, occupazionale e salariale. Aspettative che per un momento, hanno fatto gongolare tutti gli antiamericani del pianeta, i quali auspicavano la fine del soffocante imperialismo a stelle e strisce, unito ad un collasso interno, inevitabile conseguenza dell’incompetenza politica del futuro presidente.

Ebbene, il primo anno e mezzo dell’amministrazione Trump, ha dimostrato l’esatto contrario.

Politica estera ed isolazionismo mancato

La più evidente attestazione di dilettantismo politico da parte del miliardario newyorkese è arrivata proprio sul fronte delle relazioni internazionali, con scelte totalmente antitetiche rispetto al millantato isolazionismo, rimasto un manifesto elettorale dal valore prettamente fraseologico. La scarsa conoscenza delle dinamiche belliche e diplomatiche, ha portato “the donald” a delegare la materia ad alcuni tra generali e stretti collaboratori, figli di quella scuola imperialista che ha teorizzato il manifesto per il nuovo secolo americano e che ha prodotto un’evidente linea di continuità tra le politiche estere di Bush jr e Obama. Personaggi come il Segretario della difesa James Mattis e Robert Mueller. Per non parlare di John Bolton, il più tenace sostenitore della guerra in Iraq ed il più spudorato propalatore di menzogne sulle armi chimiche (assieme a Colin Powell), che è stato appena nominato Consigliere per la Sicurezza Nazionale.

L’inasprimento delle relazioni con Cuba, la linea intransigente nei confronti dell’Iran, i continui dietrofront nelle sue dichiarazioni su Putin, senza dimenticare la comunicazione infantile e celodurista con Kim Jong-un. Tutte evidenti nemesi di un’America più mansueta e rintanata nei propri confini, compresa la punta dell’iceberg: l’avventata aggressione missilistica in Siria del 6 Aprile scorso, giustificata con il solito copione del presunto (e mai riscontrato) utilizzo di armi batteriologiche.

Insomma, nonostante le recenti aperture ad un incontro con la delegazione nordcoreana e la promessa di un rapido ritiro dal fronte siriano, il primo anno e mezzo di politica estera trumpista (o trumpiana, come preferite) ha tarpato le ali dell’ottimismo a tutti gli anti-imperialisti del globo.

I successi interni

Discorsi e valutazioni diametralmente opposti per ciò che concerne la politica interna. Un settore in cui l’unico punto di contatto è rappresentato dalla delusione dei nemici giurati degli Stati Uniti e di tutti coloro che vedono l’implosione americana come passaggio obbligato per un rinascimento globale.

Trump è stato tremendamente fedele ai suoi proclami e le suddette deleghe nelle operazioni internazionali, sono state inversamente proporzionali all’impegno che il presidente a stelle e strisce ha personalmente dedicato alla programmazione interna. Impegno che d’altronde, è stato l’ago della bilancia nel suo inatteso trionfo alle urne. L’attenzione verso il disagio del proletariato americano e la ferma intenzione di frenare delocalizzazioni, concorrenza sleale, immigrazione di massa e tutti quei fenomeni che contribuiscono a creare disoccupazione dilagante, hanno consentito ad uno dei più influenti miliardari del paese di trasformarsi nel paladino delle classi disagiate. Un ossimoro che per essere conservato e rafforzato in vista delle elezioni del 2020, necessita di una concreta resurrezione del mondo del lavoro.

Nonostante gli attacchi di bile subiti dai soloni dell’informazione, abituati a giudicare il tycoon esclusivamente per i suoi cinguettii virtuali, i dati che vengono maneggiati mostrano la più forte ripresa occupazionale americana del nuovo millennio: nel solo 2017 sono stati creati quasi 2 milioni di posti di lavoro ed il tasso di disoccupazione è sceso al 4,1% (il più basso dal 2000).  Certo, la totale mancanza di etica professionale ed il viscerale culto della personalità verso Obama, hanno già portato il nostro ministero della propaganda a schierarsi sulla difensiva e ad attribuire i meriti di questi risultati alle riforme del suo illuminato predecessore, ma i principali provvedimenti dell’amministrazione Trump confermano un evidente rapporto di causalità.

La riforma fiscale di Dicembre ha abbassato le aliquote per gli imprenditori dal 30 al 20%, aumentando lo spazio di manovra nelle assunzioni (soprattutto nel settore dell’impresa medio-piccola) e disincentivato le delocalizzazioni, mentre il giro di vite nella concessione degli status speciali per gli immigrati, al netto di alcune scelte abiette e puramente propagandistiche (Siria, Yemen ed Iran), ha frenato il fenomeno della dequalificazione.

Dazi sull’acciaio e Amazon

Uno scenario florido ed un minuzioso progetto diretto all’esclusivo perseguimento dell’interesse nazionale, nei quali rientrano anche i recenti dazi sull’acciaio e l’indiscrezione di un possibile inasprimento fiscale nei confronti di Amazon.

I primi, sono funzionali ad una ripresa della produzione delle acciaierie interne, calata progressivamente e vertiginosamente negli ultimi 40 anni, a fronte di una crescita esponenziale della concorrenza cinese, turca ed indiana (rispettivamente del 2000, 1400 e 1000%). Nel caso del colosso di Jeff Bezos invece, bisogna ribadire quanto analizzato poc’anzi.

La multinazionale leader del commercio via internet, avvantaggiata da un regime fiscale che consente di non pagare le tasse sulle merci cedute dai terzi e dalle tariffe di favore concesse all’impresa di Seattle dal servizio postale americano, ha soffocato le vendite al dettaglio, causando il fallimento e la chiusura non solo di molti piccoli esercizi, ma anche di alcuni centri commerciali. Si tratta di privilegi inconciliabili con la politica di Trump, nonché di conseguenze intollerabili per chi ha guadagnato il proprio consenso assicurando la ripresa industriale, la riscossa occupazionale ed una generale tutela verso l’economia reale.

Promesse fin qui adempiute, al contrario di quanto si possa affermare sul millantato isolazionismo nello scacchiere internazionale. D’altronde si sa, lo yankee potrà anche perdere il pelo, ma non il vizietto da grande burattinaio globale. Ad perpetuam rei memoriam.

Filippo Klement

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