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I curdi sono la causa del loro stesso infame destino

La stampa italiana, troppo impegnata da anni a beatificarne il sogno indipendentista, sembra non accorgersi della più marchiana evidenza: preferire gli americani ad Assad, è stata la pietra tombale del popolo curdo.

Dopo il crudele lasciapassare concesso dal presidente americano Donald Trump, l’offensiva turca ha avuto inizio, versando immediatamente il sangue delle prime vittime civili (tra cui alcuni bambini) cadute sotto i colpi dell’artiglieria di Erdogan. Un epilogo che, malgrado il patetico sgomento inscenato dalla comunità internazionale, non può certo essere catalogato come sorpresa, bensì come il risultato di un massacro annunciato; annunciato e, con tutta probabilità, destinato ad una rapidissima escalation.

Pur trattandosi di una prepotente aggressione di Golia nei confronti di Davide tuttavia, dispiace dover spostare in secondo piano l’aspetto di denuncia e conferire risalto ad un approccio aspramente critico (tanto nei confronti della vulgata mediatica, quanto del popolo aggredito). Spiacevole sì, ma inevitabile. Specie di fronte al continuo proliferare di una narrazione sempre più inquinata da ipocrisia, opportunismo o simpatie ideologiche.

Chi è causa del suo mal pianga sé stesso

Testimonianze della precedente amicizia tra curdi e americani

 

Prima di tutto, bisogna possedere l’onestà intellettuale per prendere una posizione cinica e impopolare: evidenziare cioè, le colpe imputabili alle vittime. Colpe gravissime, nelle quali può essere ricercata la causa primigenia di questo supplizio e che non possono essere certo taciute per un sentimento di mera pietà.

“Chi è causa del suo mal pianga sé stesso” ci ripetevano fino allo sfinimento i nostri genitori, quando venivamo investiti da conseguenze negative figlie del nostro stesso operato; ebbene, questo celebre detto popolare sintetizza alla perfezione il rapporto di causalità alla base dei recenti sviluppi. La geopolitica, le alleanze e i partner internazionali, non possono essere scelti con la leggerezza di una partita di Risiko, specialmente quando la storia offre una quantità di precedenti identificabili da chiunque. Persino dai meno avvezzi alle arti della diplomazia.

I precedenti e la profezia di Nasrallah

Il popolo curdo, volendo essere succinti, si è lamentato del tradimento di Trump. Un voltafaccia incontestabile certo, ma nell’anno del signore 2019 come si fa a cadere dal pero in questo modo? E’ davvero lecito meravigliarsi del fatto che, diventare gli sguatteri degli Usa nelle loro campagne belliche in giro per il globo, comporti il rischio di essere utilizzati e scaricati come palle da cannone? I casi scuola dei vietnamiti del sud, degli afghani e degli iracheni non sono forse sufficienti?

I curdi hanno avuto due alternative fin dal principio: allearsi con Assad a difesa del comune nemico che infestava le loro terre, o combatterlo al fianco di un alleato sì potente, ma dal losco curriculum. La scelta è stata fatta ed ora si piange sul latte versato. Autentiche lacrime di coccodrillo, a maggior ragione, se si rievoca il vaticinio del leader di Hezbollah Hassan Nasrallah, datato addirittura febbraio 2018:

gli USA vi usano come strumento per far avanzare i loro piani, incluso il quadro della loro lotta contro la Siria, l’Iran, la Russia e l’asse della Resistenza. Ma alla fine si preoccupano solo dei propri interessi. Vi venderanno e vi lasceranno soli.

L’impenitente cecità della stampa italiana

Il segreto di pulcinella: ribelli moderati e stato islamico a braccetto

 

Il destinatario del secondo ordine di rimostranze invece, è il sempre presente plotone di romanzieri del reale, il quale risponde al nome di stampa italiana; una categoria che sin dalla prima ora, ha subito una fascinazione estrema verso la comunità curda e la loro causa (strano per chi è solito deridere ogni rivendicazione identitaria o sovranista, no?!). A tal punto, da voltarsi dall’altra parte ogniqualvolta la suddetta comunità si sia macchiata di espulsioni dai villaggi, maltrattamenti e violenze sommarie nei confronti di siriani di differenti etnie e confessioni. A tal punto, da non rimarcare nemmeno come il Rojava non sia, storicamente, una zona appannaggio dei curdi: bensì il frutto di uno sconfinamento, avvenuto grazie al parapiglia del conflitto.

Eppure, certi professionisti del settore sono così impenitenti da parlare di invasione sul suolo curdo (inesistente de iure, ma anche de facto) e non siriano. Sono così spudorati, da maledire l’avanzata delle truppe di Erdogan e dei loro alleati: l’esercito libero siriano. Sì, proprio loro. Quello stesso coacervo di tagliagole e briganti che hanno sostenuto pubblicamente – con il più noto appellativo di ribelli moderati – e per i quali hanno diffuso le peggiori fake news, contribuendo così al radicamento di una narrazione artefatta sul conflitto siriano. Una formazione di criminali che ha massacrato ed usato civili come scudi umani, mentre i nostri media erano impegnati a divulgare notizie su attacchi chimici mai avvenuti, al solo fine di screditare l’immagine di Bashar al-Assad.

L’obiettivo reale continua ad essere la Siria

Il Presidente siriano Bashar al Assad

 

A questi sedicenti operatori dell’informazione gioverebbe ricordare un fatto elementare. Se non fosse stato per l’azione dell’esercito leale al tanto vituperato “tiranno” di Damasco, a quest’ora, l’ELS avrebbe prosperato già da un pezzo. Con logico e conseguente annientamento dell’enclave curda nel nord della Siria.

Certo, si tratta di soggetti troppo duri di comprendonio e troppo legati ai loro vaneggiamenti sulla democrazia di Kobane, per leggere il significato profondo degli ultimi avvenimenti mediorientali. Ovverosia, la totale irrilevanza dei curdi nelle trame turche e americane: o, per meglio dire, una rilevanza esclusivamente pretestuosa. La comunità tanto cara ai nostri rotocalchi, non è altro che un crudele escamotage per penetrare nuovamente le linee di Assad e riprendere quell’offensiva – provvisoriamente fallita – contro l’asse siro-iraniano. Un asse che i curdi hanno guardato con sdegno, facendosi affascinare da un cavallo di Troia che rischia di tramutarsi nella loro pietra tombale.

Di Filippo Klement

Filippo Klement
Classe 1990, ha studiato giurisprudenza, a latere un vasto interesse per la storia contemporanea e la politica.

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