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Allons enfants de la Patrie

FOCUS SULLA FRANCIA

La Francia cerca di riappropriarsi di un ruolo egemone nella politica europea ed internazionale, ma i suoi problemi interni sembrano acuirsi.

Un paese postcoloniale che ancora oggi può vantare centoventimila chilometri quadrati di possedimenti d’oltremare (quasi la larghezza della Grecia, per intenderci), con le amplissime Nuova Caledonia e la Guyana francese sopra tutte, interviene con sempre più frequenza e determinazione nelle questioni mediorientali.

In quelle zone l’azione del presidente Macron sta tentando di ristabilire un’influenza simile a quella che, storicamente, si deve al paese già amministratore del Grande Libano, lo stato che cessò di esistere dopo la seconda guerra mondiale e che annoverava Libano e Siria. Numerosi, e talvolta inopportuni, gli interventi del giovane presidente francese, che si permette di ammonire il programma missilistico iraniano, nonché si esprime sulla recente diatriba di Gerusalemme capitale riconosciuta o meno dello stato d’Israele.

Su questo argomento conviene aprire una parentesi.

Non ha troppo senso dilungarsi sulle facili strumentalizzazioni pervenienti da ambo le parti: l’interessatissimo Trump, con la lobby sionista che dalla sua New York foraggia la politica a stelle e strisce nei palazzi del potere, ma altresì le repliche francesi altezzose per rivendicare una sfera d’influenza appannata che si sta tentando di ripulire, e vedremo perché.

È risaputo che nessun Paese del mondo tenga più la sua sede d’ambasciata in quel di Gerusalemme: anche gli irriducibili Costa Rica ed El Salvador hanno sloggiato per andare a Tel Aviv la prima ed in un sobborgo di coloni gli incorreggibili salvadoregni. Gerusalemme è stata proditoriamente dichiarata capitale dello stato d’Israele nel 1949, a seguito delle più significative estensioni territoriali di conquista dello Stato sionista: quelle campagne belliche che hanno conferito allo stato della stella a sei punte suppergiù i confini che sono ad esso attribuiti a tutt’oggi.

Le mappe dell’Onu, tuttavia, non indicano una capitale per lo stato in questione e tutti gli uffici governativi stranieri sono siti in quel di Tel Aviv. Nemmeno tutti gli uffici governativi dello Stato ebraico sono stati spostati, in quegli anni, a Gerusalemme Ovest: il ministero della Difesa, ad esempio, rimane ben saldo nella città dei pompelmi. Ecco che dunque le sparate di Trump vanno ad acuire decenni di tensioni, invero solo in parte stemperate dal lavoro, poco efficace, della diplomazia. Qui si tratta tuttavia di gettare benzina sul fuoco.

Gli interessi francesi nella regione mediorientale.

Ritornando però alla volontà di Emmanuel Macron di giocare un ruolo da leader nel dirimere le tensioni nella zona, questa è naturalmente dettata da interessi economici. Gli interessi postcoloniali francesi nel Libano sono minacciati dall’essere il paese dei cedri in rotta di collisione con l’Arabia Saudita.

Macron, che un mese fa si trovava negli Emirati Arabi Uniti per presenziare all’inaugurazione della sede distaccata del Louvre, ha a sorpresa annunciato di voler fare una visita flash, di un paio d’ore, in Arabia Saudita per incontrare il principe Bin Salman e ricucire quella frattura che ormai pare insanabile: il principe saudita ha imposto ai sauditi di abbandonare il Libano, mentre l’ex premier libanese si è dimesso proprio da Ryad, capitale saudita. Alcune voci parlano anche di un sequestro, da parte dei sauditi del (già) premier libanese Hariri, che si è lamentato dell’ingerenza iraniana nel suo paese.

L’Iran sciita è il più stretto alleato di Hezbollah, organizzazione sciita paramilitare e con rappresentanza parlamentare che de facto governa il paese dei cedri almeno in una sua porzione meridionale. Gli interessi dei francesi si sviluppano naturalmente sull’accordo nucleare iraniano, strenuamente sostenuto dall’Eliseo e invece disconosciuto dall’amministrazione Trump, che in questo modo si è schierata del tutto a favore delle ambizioni energetiche degli Arabi sauditi.

In virtù del pericolante accordo nucleare iraniano – e qui sta il punto nodale dell’interesse – Total, compagnia petrolifera francese ha investito nel petrolio di Teheran, mentre gli arabi degli Emirati vorrebbero investire un miliardo di dollari su suolo francese, ma anch’essi si pongono in rotta di collisione e con il Libano e con l’Iran.

La Cassa dei depositi francese, intanto, sta indirizzando un investimento molto nutrito nella holding “Kingdom Holding Company”, di Bin Talal, saudita appena arrestato per corruzione dal Bin Salman. Insomma, Macron ha il suo bel da fare per cercare di conciliare i suoi interessi con quelli del mondo mediorientale.

La politica estera europea non esiste.

La politica estera dell’Unione europea non si potrà mai omogeneizzare fin quando gli enfants prodige à la Macron seguiteranno a lanciare dichiarazioni e prodursi in visite lampo non concordate con evidenti ed ampi tornaconti nazionali.  Affinché un capo di stato europeo tratti di ampi temi senza utilizzare i canali degli esteri dell’Unione si debbono riconoscere alcuni basilari assunti:

  • ogni stato dell’Unione fa come vuole;
  • non esiste una politica europea estera comune;
  • tutti gli stati devono avere le stesse possibilità ed, infine,
  • il neocolonialismo esiste e prospera: può essere abbattuto solo con strumenti attivi predisposti dalla comunità internazionale.

Viceversa, al solito, la comunità europea si riconferma quale una dissimulata sede affaristica senz’anima e quando un paese tra i suoi membri tenta di affermarsi in qualsivoglia regione extraeuropea (ma non solo), lo fa in completa autonomia. Se già nella crisi libica le trame di Sarkozy non erano troppo dissimulate, mentre cercava accordi con i petrolieri banditi e decideva unilateralmente di sostenere un dato governo, quando la scelta era perlomeno duplice, in Siria le trame di Macron sono ancora più evidenti.

Al di là di questo scenario di politica estera, la politica interna francese sta vacillando. L’ultimo colpo è stato quello inferto all’Eliseo dalla figlia ribelle Ajaccio.

La Francia ha alcuni problemi intrinseci non certo facilmente aggirabili. A partire dalla situazione politica non così stabile: ancorché la fiamma del Fronte Nazionale sembra essersi assai affievolita, il malcontento sociale e gli scontri etnici interni si fanno sentire. I servizi segreti sono vigili, ma gli attentatori sono sempre dietro l’angolo. La situazione nelle banlieues parigine è incandescente. Per quanto riguarda l’economia, atteggiamenti protezionistici come quello perpetrato a luglio contro l’italiana Fincantieri[1], dovrebbero essere sanzionati dall’Unione europea perché lesivi del mercato e degli investitori “puliti”.

Le banche francesi, inoltre non sembrano proprio al passo con una strutturazione limpida, considerando i grandi investimenti fatti, nell’ultimo decennio, a garantire i debiti sovrani degli stati, che, dopo la crisi degli ultimi dieci anni, si sono rivelati a più riprese traballanti. Ancor oggi  la prima Banca a rischio in caso di crisi sistemica risulta essere la Deutsche Bank, ma questa è seguita, nella demoralizzante classifica stilata da Zew[2], da due player del credito francesi: Société Génerale e Bnp Paribas

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Gilles Simeoni, leader di Pe’ a Corsica, ha trionfato alle elezioni regionali.

La situazione in Corsica, dopo la vittoria schiacciante dei nazionalisti, avvicina sempre più l’isola ad un’autonomia più marcata. Il figlio di un indipendentista bandito sarà nominato presidente della collettività corsa: un uomo che, da avvocato, ha difeso un assassino di un prefetto continentale. Il suo partito ha un nome italiano, come pure il suo cognome. Per ora Gilles Simeoni prende la metà dei consensi e parla “solo” di autonomia stringente…

_________________

[1] Il ministro dell’Economia francese Bruno Le Maire aveva annunciato a luglio la nazionalizzazione di STX France, la società che gestisce i cantieri del porto francese di Saint-Nazaire. Le Maire esplicò come, in accordo con il presidente Emmanuel Macron, avesse esercitato la clausola di prelazione che gli ha consentito di acquistare l’intero pacchetto delle azioni della società, di cui attualmente il governo controlla il 33,3 per cento. La società italiana Fincantieri, controllata dal ministero dell’Economia, aveva però regolarmente concluso lo scorso gennaio un accordo per acquistare il 66,6 per cento delle azioni della società che sarebbe dovuto entrare in vigore, ma la decisione del governo francese ha fatto saltare la vendita. L’operazione è costata al governo francese circa 80 milioni di euro.

[2] Cfr, tra gli altri artt. http://www.zew.de/en/presse/pressearchiv/bankenstresstest-in-europa-finanzhaeuser-sind-eu-weit-dringend-auf-rekapitalisierung-angewiesen/

Di Federico Altea

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