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Ecco i tre scenari possibili con Draghi Presidente del Consiglio

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Visto che i draghi evocano scenari da fiaba ho provato a fantasticare un po’.
Partiamo da due presupposti: il primo è che se Mattarella ha proposto Draghi – la sua opzione migliore, rischiando di bruciarla e mandando il paese ad elezioni – è soltanto perché è sicuro che i voti per la fiducia ci sono.

di Antonio Di Siena

Il secondo, che il contesto politico attuale è molto diverso rispetto a quello che, dieci anni fa, ci portò in dote il governo Monti.
Ciò significa che le misure adottate dal prossimo governo potrebbero essere diametralmente opposte rispetto a quelle cui fece ricorso l’ultimo governo tecnico. Anche perché, diciamo la verità, quello di Draghi tutto sembra tranne che un banale governo “tecnico”.

Il tempo che stiamo vivendo, infatti, è strutturalmente differente rispetto alla crisi del 2008 e, quindi, la strategia di difesa che l’Unione europea dovrebbe approntare potrebbe contemplare un percorso completamente nuovo.

Un piano d’intervento che però deve tenere conto di una delle poche costanti rispetto al passato: per difendere Ue è indispensabile evitare il tracollo dell’Italia. Nel senso, cioè, di impedire che pezzi più o meno consistenti della sua classe imprenditoriale e produttiva si convincano che è meglio andarsene piuttosto che restare.

Ma, come lo stesso Draghi ben sa

per uscire dal tunnel nel quale siamo finiti occorrono massicci investimenti pubblici. Un nuovo corso “interventista” che lo stesso ex presidente Bce prospettò non più tardi di marzo scorso dalle colonne del Financial Times. Dalle quelle parole emersero con estrema chiarezza alcune direttrici inequivocabili fra cui:

  1. inefficacia di politiche helicopter money se non affiancate da diretto e massiccio intervento statale;
  2. coinvolgimento del sistema bancario funzionale all’erogazione di prestiti a tasso zero e apertura di scoperti;
  3. sostanziali modifiche della regolamentazione bancaria;

Il tutto (ovviamente) da perseguire facendo debito pubblico, e anche con estrema urgenza.
Al tempo di quelle dichiarazioni inaspettate non c’era ancora sul piatto il Recovery Fund ma, comunque, quelle somme da sole sono ampiamente insufficienti. Ammesso esistano davvero.
Il che ci porta al cuore del problema.

Preso atto del fatto che Draghi

abbia ben chiaro cosa si deve fare, resta da capire come farlo. Tutte le soluzioni prospettate, infatti, andrebbero violentemente a sbattere contro una Germania che vede il prossimo successore della Merkel stare più a destra di lei quanto a rigore, e la corte costituzionale tedesca in aperto conflitto con la BCE. Ma che al contempo sa che senza l’euro si rompe il giocattolo.

E allora cosa potrebbe accadere?

Secondo me gli scenari ipotizzabili sono sostanzialmente tre.

Il primo

è quello in cui l’Italia riesce a strappare il benestare per importanti politiche di disavanzo pubblico, coperte a lungo termine sia da QE che dalla reale sospensione del patto di stabilità. E magari anche un finanziamento extra simil-MES ma con condizionalità più morbide.

La garanzia sul rispetto dei vincoli di spesa è ovviamente Draghi stesso, che garantirebbe in cambio l’ennesima ondata di “riforme” tutta tagli e privatizzazioni.

Il secondo

è la nascita di un asse italo-francese alla guida dei paesi del sud con l’obiettivo di riscrivere parte dei trattati e magari cancellare il meccanismo di stabilità. Uno scontro che potrebbe, seppur molto ipoteticamente, portare anche ad una frattura lungo l’asse nord/sud e alla contestuale creazione del famoso euro a due velocità.

Una moneta unica per gli Stati dell’Europa meridionale che verrebbe presentata agli europeisti duri e puri come l’unica soluzione per salvare il progetto europeo.

E poi c’è un terzo scenario

(molto meno realistico dei primi due ma pur sempre, molto cautamente, ipotizzabile). Ed è quello che si intreccia con gli interessi statunitensi nello stivale. Negli USA, infatti, nonostante il cambio alla presidenza non hanno certo messo da parte la “questione” tedesca: surplus commerciale, accordi energetici coi russi per nordstream 2, e le politiche sfacciatamente filo cinesi portate avanti da Berlino.

Un problema che potrebbe rimettere l’Italia al centro degli interessi geopolitici (e quindi economici) degli americani. E spingere, perché no, il nostro paese verso un orizzonte certamente iperliberale ma senza l’euro.

Quel che è certo è che Draghi ha in mano una carta molto forte, la minaccia che l’Italia salti per aria. Una prospettiva catastrofica per gli interessi di molti e che non piace proprio a nessuno. Tutto sta nel vedere se avrà il coraggio, l’abilità o anche soltanto la voglia di giocarla.

Perché se è vero che Draghi non controlla più

i cordoni della borsa europea, è altrettanto vero che è ben consapevole che l’Ue – pur di evitare un concreto rischio deflagrazione – qualcosa dovrà pur concederla. Soprattutto in una condizione che vede la nostra economia, seppur schiacciata dall’imponente debito pubblico, con NIIP e bilancia commerciale nettamente migliori di altri Stati membri.

Ciò che accadrà davvero non lo possiamo sapere anche perché non è ancora chiaro a chi effettivamente risponde Draghi. Ma un qualche indicazione potrebbe arrivare guardando alla maggioranza che si coagulerà intorno al suo governo. Se, ad esempio, ci saranno uno fra Lega e FdI forse non è così fantascientifico ipotizzare uno scontro più o meno marcato in seno all’Ue che possa addirittura sfociare nel secondo scenario descritto.

Quello che è indubbio è che, per il nuovo corso della poltica italiana, la parentesi Monti costituisce un termine di paragone molto utile. Per scongiurare il disastro (in termini macro-economici e di consenso) che ne conseguì quello che potrebbe prospettarsi, infatti, è un approccio molto differente alla risoluzione dei problemi.

Non un governo tutto lacrime e sangue sic et simpliciter

Ma un approccio politico molto più economicamente conciliante con le necessità contingenti e, magari, anche una strizzatina d’occhio alla difesa dell’interesse nazionale. Quantomeno presunto.
Mimetizzarsi, per non apparire quel che realmente si è: il nuovo proconsole nominato dall’esterno a difesa dei soliti noti.

Ma sarebbe assolutamente straordinario se proprio l’uomo che ha trascorso gli ultimi trent’anni a lavorare alacremente per portare (e mantenere ad ogni costo) l’Italia dentro l’eurozona si trasformasse nel traghettatore che la porta fuori. Quasi certamente non sarà così ma, dato il contesto, se c’è qualcuno in grado di farlo quell’uomo è proprio Mario Draghi.

Il tecnico che sa cosa fare e come farlo.

Qualunque cosa abbia in mente, se la Germania lo troverà conveniente, glielo lasceranno fare.
Ma occhio agli entusiasmi.
Vinceranno tutti. Ma soltanto fra quelli che già devono vincere.
Il cappio lo stringeranno dopo.

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