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Riforme vere o niente fondi: ci risiamo con le minacce dell’Unione europea

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Ci si risiamo.

Nonostante le urla di giubilo dei mesi passati dei liberal-unionisti nostrani («La UE c’è, alla faccia dei sovranisti!»), l’Unione Europea getta ancora una volta la maschera e si mostra per quello che è.

di Gilberto Trombetta

Per quello che è sempre stata.
Tralasciando che anche il Governo è stato costretto ad ammettere che i soldi del Recovery Fund – se mai ci saranno – si tradurranno in nuovo debito poiché si tratta di soldi da restituire (sia per quanto riguarda, ovviamente, la quota prestiti, sia per i sussidi che qualcuno voleva dipingere come soldi a fondo perduto), quello che conta davvero sono le pesanti condizioni, ex ante ed ex post, con cui questi soldi verrebbero erogati.

Insomma la UE continua a chiederci le riforme

Ma quali sono le riforme che, da sempre, ci chiede la UE?
Sono quelle che ci chiese con la famigerata lettera della BCE (firmata da Draghi e Trichet) dell’agosto del 2011:
  1. privatizzazioni su larga scala, in particolare nella fornitura dei servizi pubblici locali;
  2. riformare ulteriormente il sistema della contrattazione salariale collettiva e revisione delle norme che regolano il licenziamento e l’assunzione dei dipendenti;
  3. intervenire ulteriormente nel sistema pensionistico;
  4. introduzione di una clausola di riduzione automatica del deficit;
  5. una riforma costituzionale che renda più stringenti le regole di bilancio;
  6. abolizione di alcuni strati amministrativi intermedi come le province;
Sono quelle che attraverso le raccomandazioni la Commissione europea ha inviato tra il 2011 e il 2018 ai Paesi membri:
  1. 105 raccomandazioni per ridurre le pensioni e aumentare l’età pensionabile.
  2. 63 intimazioni a tagliare il sistema sanitario pubblico e a privatizzarlo.
  3. 50 indicazioni di riduzione dei salari.
  4. 45 suggerimenti di taglio alle protezioni sociali per disoccupati e disabili.
  5. 38 richieste di riduzione delle tutele dei lavoratori.
Tutte riforme dal lato dell’offerta e, soprattutto, deflazionistiche.
L’ennesima aggressione ai diritti dei lavoratori, ai salari e allo Stato sociale del nostro Paese.
Ma non c’è stupirsi.

Perché come avevo detto l’Unione Europea è sempre stata questa

Ancor prima della sua nascita.
D’altronde non è un caso se Federico Caffè, purtroppo inascoltato, già parlava così dell’adesione dell’Italia allo SME
In fondo, sarebbe molto più originale se, in luogo delle loro sollecitazioni melense, le autorità comunitarie proponessero all’Italia un’articolata ‘soluzione finale’: che i terremotati, che i giovani disoccupati, che le imprese in crisi, oggetto di trasferimenti (che andrebbero definiti di sopravvivenza, anziché assistenziali) siano lasciati al loro destino, indipendentemente da ogni considerazione politica e sociale.
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