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Non esistono soldi a fondo perduto nel Recovery Fund

ROBERTO GUALTIERI DAVID SASSOLI

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Sul Recovery Fund i cosiddetti “4 frugali” – Austria, Svezia, Danimarca e Paesi Bassi (che così frugali a ben vedere non sono) – hanno detto quello che molti, in Italia, hanno fatto finta di non sapere.

di Gilberto Trombetta

Parte della recente proposta della Commissione europea si basa sulla ricerca di nuovi modi per finanziare il blocco stesso. Ma non esistono cose come soldi nuovi o freschi. I soldi dovranno essere meritati e andranno rimborsati dai contribuenti.

Insomma non esistono e non esisteranno soldi a fondi perduto, nella UE.

Perché la UE è un modello interamente improntato all’export che si fonda sulla stabilità dei prezzi attraverso la deflazione salariale. Come ci dovrebbero ricordare l’agenda 2010 e la riforma Hartz IV realizzate in Germania. Come ci dovrebbe ricordare l’impressionante numero di persone che in Europa è povera nonostante lavori: 1 su 10.

“I quattro frugali informano che la spesa per la pandemia dovrà essere responsabile”

Perché nella UE

come in Italia, regna una narrazione opposta alla realtà dei fatti, come ha ricordato – seppur con qualche imprecisione – il Ministro delle finanze belga, Alexander De Croo.

È tempo di liberarsi dalla narrazione del Sud “pigro” e del Nord “laborioso”. Il Nord Europa ha beneficiato enormemente della moneta unica. Secondo i calcoli del Bertelsmann Stiftung, quelli che hanno beneficiato maggiormente del mercato interno sono stati la Germania, insieme ai Paesi scandinavi, baltici e del Benelux. In gran parte grazie a un euro sottovalutato.

È facile dimenticare, ma la macchina da esportazione italiana funzionava a pieno regime negli anni 90 e nei primi anni 2000. Visto da Roma, l’euro rappresenta una perdita netta. È come se il modello economico “tedesco” sia stato imposto loro con la forza con Bruxelles che si è messa di traverso tra l’Italia e la sua oliata macchina da esportazione.

Ma la macchina italiana funzionava bene non solo e non tanto per l’export. È vero, con una valuta commisurata alla propria economia, cioè non sopravvalutata, ne guadagnava anche l’export italiano.

Ma nel modello italiano funzionava meglio soprattutto il mercato interno. Si lavorava di più e si guadagnava meglio.

Perché la crescita, la produttività

e tutte queste cose non possono esserci – e non avrebbero comunque senso – in una società in cui aumentano i lavori precari e sottopagati e, quindi, sempre più disuguale.

E mentre Conte prova a far passare un pacchetto di “aiuti” in Parlamento che comprenda il ricorso a BEI, SURE, MES e Recovery Fund, anche Confcommercio si vede costretta a ricordare cosa succede quando crolla la domanda interna.

A rischio un milione di posti di lavoro.

Questo perché tra febbraio e aprile le vendite al dettaglio sono crollate del 15,8%. Una flessione dei consumi che a fine anno potrebbe essere tra i 91 e i 110 miliardi. Molti di più dei 75 miliardi di euro stimati dal Governo. E che potrebbe far chiudere 270.000 imprese.

Ecco perché mai come oggi servirebbe una classe politica con una visione che vada oltre al prossimo appuntamento elettorale e che sia in grado di proporre un’immagine del Paese da qui ai prossimi 20 anni. Almeno.

Un Paese in cui lo Stato torni a dettare le direttive nel campo del lavoro formando, assumendo, investendo. Scommettendo insomma sulle capacità del Paese e dei suoi abitanti.

 

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