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La conversione dei liberisti: dopo Draghi, ecco Prodi

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L’Eurogruppo odierno dovrà scegliere come fornire liquidità all’economia reale; ovvero decidere se proseguire sulla strada del rigore, oppure virare verso la monetizzazione del debito. Una rivoluzione culturale, quest’ultima, che dopo Draghi sembra aver trovato un altro insospettabile sostenitore: Romano Prodi.

di Andrea Zhok

A un cronista che chiedeva soluzioni all’emergenza economica legata all’epidemia, l’ex Presidente della Commissione Europea Romano Prodi ha risposto “Perché non stampare moneta? Se l’Europa è una forza unita potrebbe ben stampare banconote“. Una tra le poche cose belle in questa crisi catastrofica è vedere in primo piano i cortocircuiti mentali degli europeisti italiani.

Ciò che dice Prodi è banale buon senso associato ad una elementare conoscenza dei meccanismi della macroeconomia. Banalmente, in una crisi come la presente, che è insieme crisi di domanda e di offerta, crisi della produzione e del consumo, l’unica cosa che proprio non si può ragionevolmente fare è strangolare l’economia reale per mancanza di liquidità.

Naturalmente la liquidità non è un sostituto del lavoro. Non si può vivere mangiando le banconote che si stampano. Ma visto che in una situazione di contrazione generalizzata tendono a crollare insieme consumi, occupazione e investimenti, bisogna contrastare questa tendenza fornendo liquidità a tutti questi ambiti fino a quando non possano riprendere a funzionare fisiologicamente.

L’intera, unica, questione di cui si dibatte in questi giorni in Europa, e che sarà oggetto dell’Eurogruppo di oggi, è COME si fornisce tale liquidità. Semplificando, ci sono due strategie in campo. Una tutela prevalentemente il grande capitale privato, e l’altra tutela prevalentemente chi vive del proprio lavoro.

Le due alternative e l’inflazione

Se la liquidità viene ottenuta chiedendola a prestito nell’ambito dei capitali privati disponibili in eccesso, si sceglie di far pagare la crisi attraverso gli interessi sul capitale, che dovranno essere estinti poi con tasse sul lavoro e tagli ai servizi. Questa opzione consente al grande capitale di uscire dalla crisi in una posizione più forte di prima.

Se la liquidità viene ottenuta attraverso pratiche di monetizzazione del debito (“stampando moneta”), è possibile (ma tutt’altro che certo) che la crisi venga in parte pagata dai detentori di grandi capitali privati. Questo perché è possibile che si generi inflazione, e l’inflazione riduce i debiti reali, e quindi erode la posizione dei creditori.

 

Va rimarcato che in una situazione in cui si è lontani dalla piena occupazione le probabilità che si generi inflazione sono esigue. Tuttavia, in linea di principio, il punto che è predisposto a fare da cuscinetto all’urto è quello. L’inflazione avrebbe due effetti fondamentali: riporterebbe capitali morti in circolo, alla ricerca di investimenti o consumi (per non vedersi ridurre il capitale reale) e ridurrebbe l’entità reale dei debiti pubblici.

Inutile dire che per un’economia come quella italiana neppure uno scenario inflazionistico sarebbe affatto sgradito. Ma è altrettanto chiaro che tale scenario eventuale sarebbe sgradito a chi ora vive di rendita e chi detiene il debito altrui. Ciò spiega chiaramente perché questo scenario sia sgradito ai paesi con un debito più basso e con un denso ceto di rentiers (es.: Germania).

La distribuzione degli oneri della crisi

Naturalmente non c’è niente di male, in una cornice capitalistica, nel detenere denaro che viene messo a frutto. Chi lo fa gioca secondo le regole e non sarebbe corretto metterlo alla gogna. Però in una situazione di crisi, se bisogna fare delle scelte, è ragionevole che il rischio di una riduzione degli introiti colpisca i detentori di capitale piuttosto che il lavoro.

Questa opzione è ragionevole sia per ragioni di equità che per una ragione di mero interesse: se ad essere colpito è il lavoro, e questo trasversalmente ai vari paesi, ciò comporterebbe una prolungata depressione di produzione e consumi, che si abbatterebbe comunque anche sulle rendite da capitale.

Questo è, semplificato al massimo, lo scenario. Si sta cercando di decidere a chi far correre il maggior rischio nella distribuzione degli oneri della crisi. Il partito del ‘rigore’, che è tradizionalmente in Italia il partito dell’europeismo senza se e senza ma, è il partito che antepone gli interessi del capitale a quelli del lavoro.

Il partito che chiede la monetizzazione del debito (partito impalpabile e privo di una rappresentanza organica in parlamento) è il partito che sceglie di anteporre gli interessi del lavoro a quelli del capitale. Il grande problema delle ‘trattative al vertice’ è che chi vi partecipa ha un’ottima comprensione dall’interno dei problemi dei rentiers, ma scarsissima comprensione per i problemi del lavoro.

L’utilità di queste conversioni

Fa perciò piacere che Romano Prodi, sia pure buon ultimo, abbia deciso (non senza ambiguità) di schierarsi con il secondo partito. Fa piacere quantomeno perché questo rende un po’ più semplice, a chi sostiene queste posizioni da anni, resistere alle bordate dei maggiordomi neoliberali pronti ad usare tutto il proprio fuoco mediatico per irridere chi ne minaccia i padroni.

Quando certi argomenti sono sdoganati da personaggi come Draghi o Prodi quella sollecita servitù neoliberale si trova in qualche difficoltà a trattarli da imbecilli, analfabeti funzionali o ‘sovranisti’, come sono soliti fare. Purtroppo temo che niente di tutto questo servirà, e il fallimento dell’Eurogruppo odierno ne sarà l’ennesima dimostrazione.

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