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Bezos ci prova con i nostri galeotti, ma avrà vita difficile

Amazon aprirà due maquiladoras, aziende di assemblaggio di prodotti duty free – senza tasse d’importazione, di fianco a due carceri italiane. In questi complessi, naturalmente, dovrebbero andare a lavorare i carcerati.

Si tratta della tipica concezione a stelle e strisce dello sfruttamento a costo zero del lavoratore, per espediente usando la persona che ha commesso degli errori e perciò è stata privata della sua libertà personale.

Per ora è dato sapere solo che la maquiladora che verrà costituita a Torino, nel carcere delle Vallette, impiegherà i carcerati nel settore della logistica. Uno dei grandi magazzini di Amazon, s’immagina, dove più volte è stato affermato che è meglio stare in galera che lavorarci. L’altra struttura sarà edificata o ricavata nel carcere di Rebibbia, Roma. Per quanto riguarda le condizioni contrattuali dei prigionieri, per ora nulla è dato sapere.

Si tratta dei perfetti semischiavi del lavoro, persone derelitte, non libere e pertanto in stato di deficienza psicologica e soggezione. L’universo capitalista non può che cercare di penetrare questo tipo di mercato in tutto il mondo. Laddove c’è riuscito, come in America, tra carceri ad uso e consumo dei privati, nonché di proprietà loro, e fabbriche d’assemblaggio come quelle che si vorrebbero costruire in Italia, l’1% della popolazione vive dietro le sbarre.

2,3 milioni di cittadini,

infatti, sono impegnati nel lavoro in stato di privazione della libertà personale in quella che il nostro sciagurato ministro dei trasporti Toninelli ha denominato “la più antica democrazia del mondo”.

In America si può finire dietro le sbarre con i più facili motivi, in particolare se trattasi di persona ricadente, suo malgrado, nella categoria del povero sfigato. Questo, con l’ausilio della polizia, è un metodo di recruiting implicito che porta freschi impiegati a saldare, assemblare, e fornire manodopera alle aziende adiacenti alle carceri ed alle carceri private stesse.

Il nostro sistema carcerario è naturalmente una barzelletta, ma questa, come soluzione, è di una tragicità che fa rabbrividire. E Amazon è prontissima a mettersi in gioco per fornire maquiladoras al nostro sistema di circonvenzione della libertà.

Chi però abbia una anche pur minima familiarità con le carceri italiane

sa che i detenuti spesso e volentieri non lavorano perché non vogliono lavorare. Fanno esercizio, un’oretta di calcetto in cortile al giorno, sole sul tetto. Altri – perché lo decidono loro – lavorano ed imparano un mestiere, per esempio il rigattiere, mentre altri ancora prendono un titolo di studio. La maggior parte sta semplicemente a casa, perché i giudici si inventano la buona condotta con la semplice assenza della cattiva condotta (sistema perverso per far fronte alla sovrappopolazione). Una vita quasi invidiabile, per alcuni. I nostri carcerati difficilmente andranno a fare gli schiavetti di Bezos, in un sistema come il nostro.

Sorry, Jeff, nice try.

Di Freddie

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