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Vergogna tedesca: è scandalo finanziario in Germania

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Negli ultimi giorni è scoppiato un grave scandalo finanziario in Germania che ha come protagonista un’importante società tedesca e che vede coinvolta anche l’autorità di vigilanza finanziaria.

La Wirecard, una delle maggiori società in Germania di tecnologie e servizi finanziari operante su scala globale, negli ultimi giorni è stata la carnefice (e al tempo stesso la vittima) di quella che ormai molti giornali apostrofano come una “vergogna”, conducendo nel baratro con sé anche la Braun, altra importante società tedesca.
Lo scandalo ha avuto inizio quando alcuni revisori di Wirecard hanno dichiarato che il bilancio della compagnia fosse poco veritiero e che vi era un interrogativo su circa due miliardi di euro, indicati tra i conti di liquidità, ma che di fatto non apparivano nel concreto.

Questo allarme aveva portato i pubblici ministeri a emanare un ordine di perquisizione alla società, con il timore che le informazioni riportate dai revisori fossero reali.
Di lì a poco, la società stessa si è presto trovata con le spalle al muro e ha dovuto ammettere l’effettiva mancanza di questa cifra tra i propri depositi, sebbene fino a quel momento avesse fatto passare la credenza che quel denaro si trovasse sotto forma di fondi fiduciari in due banche delle Filippine.

La losca mossa compiuta dalla Wirecard

aveva uno scopo ben preciso: gonfiare i propri ricavi, facendo credere a tutti di avere molta più liquidità di quella effettiva, così da attrarre più investitori e finanziatori. Una mossa molto furba e fin troppo di facile realizzazione: è davvero così semplice per una società di quel calibro, con quel tipo di visibilità mondiale, attuare un’operazione caratterizzata da una rischiosità simile? A quanto pare sì.

Eppure, questa società desta sospetti da parecchio tempo. Infatti, già 2008 alcuni operatori finanziari avevano iniziato a sollevare dubbi, dicendo di aver notato cose poco chiare nelle società acquisite da Wirecard – per centinaia di milioni di euro – a Singapore, in Indonesia, Malesia e a Dubai: società molto piccole e con una redditività limitata che nel giro di un anno cominciavano però a raccogliere grandi quantità di denaro generando buona parte dei profitti di Wirecard.
Eppure nessuno ha mai cercato di far luce su queste singolarità, men che meno il governo tedesco.

La verità viene a galla

Ma adesso che il vaso di Pandora è stato scoperchiato vengono a galla tutte le anomalie, le quali assumono sembianze ancora più controverse dal momento che è stata comprovato il coinvolgimento nello scandalo di terzi: la Braun e la Deutsche Bank.

Infatti, dalle ricostruzioni della vicenda, sembrerebbe che che la Braun avesse comprato il 7% della compagnia attingendo ad un prestito di 150 milioni da Deutsche Bank, con a garanzia le azioni stesse acquistate. Si tratta di un’operazione finanziaria veramente rischiosa, al limite della legalità, che ricorda molto il sistema di cartolarizzazione che aveva preso piede a inizio anni 2000 e che aveva portato alla crisi mondiale.
Il rischio maggiore di questo tipo di operazioni sta nel fatto che, in caso il prezzo delle azioni scenda troppo, il cliente viene chiamato a reintegrare la garanzia (per scendere nel tecnico, parliamo della nota “margin call”). Con il crollo delle azioni di Wirecard del 90% che si è registrato, quella garanzia si è sostanzialmente dissolta.

Viene da chiedersi quindi, quanto la Deutsche Bank in tutto ciò, ci abbia rimesso (considerato l’ingente prestito finanziato). La risposta è semplice: niente, non ci ha rimesso niente. La banca infatti era già furbamente corsa ai ripari prima che accadesse la sventura, impacchettando l’esposizione verso Braun con altri prestiti “junk” (spazzatura) in CLOs, ossia obbligazioni di prestito collateralizzata (altre forme di cartolarizzazione per intenderci), i quali sono stati poi venduti a “fondi amici” e comprati a man bassa dai clienti della stessa Deutesche Bank.

Per i meno esperti, il riassunto semplificato di questa manovra è il seguente: la Banca ha passato la patata bollente ai propri clienti.

La reazione delle autorità

Allo scoppio dello scandalo, il presidente del Bafin (autorità federale di vigilanza finanziaria tedesca) ha ammesso che questa vicenda è una “vergogna” per tutta la Germania, anche per lo stesso istituto di vigilanza, il quale dovrebbe, se non inasprire le regole sulle società quotate a Francoforte, per lo meno far in modo che vengano rispettate quelle correnti, e non svincolate con mezzucci di questo tipo. Soprattutto, considerando il bacino di influenza e il grado di potere degli istituti finanziari tedeschi in Europa e nel mondo.

 

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Di Natalia Castiglioni

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Studentessa di Scienze Internazionali, dello Sviluppo e della Cooperazione presso l'università di Torino, appassionata di politica ed economia.

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