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Expo 2015: molto fumo ma poco arrosto

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Expo 2015 era stato annunciato come l’evento del secolo, l’esposizione universale sul cibo e sui prodotti alimentari più importante della storia. Occasione d’oro per il nostro paese per dimostrare non solo le nostre capacità organizzative ma soprattutto l’alto valore che il made in Italy ha nel mondo. L’Expo doveva essere anche l’occasione unica per dimostrare quanto si sia evoluta la coscienza collettiva sullo spinoso problema della qualità dei consumi alimentari e dell’uguaglianza e pari dignità dei popoli per quanto riguarda la mancanza di risorse accessibili a tutti. Un problema, quello del cibo, legato a doppio filo a quello del conseguente inquinamento derivante dal suo consumo.

 

Il nostro Presidente del Consiglio Renzi già l’anno scorso aveva con toni trionfalistici annunciato urbi et orbi l’Expo come data fondamentale e occasione irripetibile per il rilancio dell’immagine del nostro paese. Un evento dalle ricadute inimmaginabili in termini di affluenza, turismo e…benessere indotto che i primi due avrebbero inevitabilmente portato e creato. Per questo motivo siamo andati di persona per renderci conto quanto queste meravigliose premesse siano state in qualche modo onorate.

 

La prima cosa che abbiamo notato, scegliendo un giorno centrale della settimana, è stata l’effettiva enorme, quasi abnorme, affluenza di persone venute un po’ da tutte le parti del mondo. Un’affluenza talmente elevata da creare non pochi problemi di organizzazione e smistamento. Infatti, permessi speciali e pass personali a parte, il comune mortale dotato di normale biglietto per passare lo sbarramento dei tornelli d’ingresso deve sobbarcarsi un’attesa che può essere lunga anche un’ora e mezza-due ore. E questo ovviamente non è un dato positivo anche perché, con un simile concentramento di persone tra la stazione e l’Expo praticamente quasi attaccata, i rischi per la sicurezza pubblica e quanto ne consegue aumentano in modo esponenziale al di là del pur lodevole apparato organizzativo delle forze dell’ordine.

 

Dopo essere finalmente entrati ci siamo subito resi conto dell’effettiva e smisurata estensione dell’esposizione con un numero di padiglioni impressionante. Padiglioni faraonici di tutti i paesi che hanno aderito e che, in un modo quasi sfacciato, hanno lo scopo di colpire l’occhio dello spettatore in modo che questo possa essere ispirato e quasi costretto ad entrarvi dentro. Un colpo d’occhio decisamente inimmaginabile che testimonia degli enormi sforzi che sono stati fatti per rendere l’evento al di sopra di ogni aspettativa.

 

Il problema a questo punto è che, alla domanda di rito che sorge spontanea ad un certo punto nel visitatore e cioè: “tutto bello, bellissimo ma…dov’è la fregatura ammesso che questa ci sia?”, la risposta, entrando in quegli stessi padiglioni, è arrivata puntuale e…impietosa. Infatti la grande aspettativa creata ed “eccitata” da un simile baluginar di immagini, non appena abbiamo incominciato a entrare dentro ai vari enormi stand, ha lasciato il posto alla delusione più cocente. Gli argomenti e le prove di quello che diciamo non mancano e non riguardano soltanto nazioni piccole e con poche risorse: l’esempio degli Usa e della Russia in questo senso è lampante e…illuminante.

 

Infatti l’immenso stand dei nostri fratelli a stelle e strisce è, insieme a quello russo, l’immagine emblematica della disparità esistente tra l’enorme apparato scenico iniziale e l’altrettanto incredibile…vuoto interiore che ci ha fatto capire quanto questi mega padiglioni siano in verità contenitori abbastanza vuoti. Quando siamo entrati in quello americano ci ha accolto un fitto fumo dall’odore acre e sgradevole, sparato a latere da alcuni ugelli che, nelle intenzioni degli organizzatori, avrebbe dovuto creare particolari suggestioni ma che in pratica a noi ha creato…solo fastidio. Entrati dentro per una salita da dove ci si continuava a spruzzare contro “l’avveniristico” fumo bianco, ci siamo ritrovati in un’enorme sala con delle specie di grandi flipper dove invece delle sfere che suonano e che si illuminano al passaggio della pallina c’erano dei non ben precisati percorsi alimentari. Dentro questo mega contenitore, insieme agli immancabili filmati difficili da seguire nella calca e per questo ancor più enigmatici, siamo stati “assaliti” da una serie di immagini-luoghi comuni legati agli Stati Uniti quasi fossimo talmente ignoranti da non conoscere minimamente il paese più evoluto della terra. Alla fine, senza sapere come e perché, ci siamo ritrovati all’uscita posteriore del gigantesco stand senza che alcuna di queste immagini ci abbia lasciato un qualche messaggio o segno particolare.

 

Identico discorso per il padiglione russo, anche questo faraonico con tanto di mega specchi che ti ritraggono dall’alto mentre arrancando nel caldo entri con buone speranze dentro la madre terra Russia. All’entrata le prime immagini sono quelle relative al grano che tutti, ma proprio tutti, conosciamo come una delle risorse più importanti del paese, proseguendo nella nostra visita abbiamo visto i soliti filmati che guarda un visitatore su mille e forse neanche, poi quattro icone religiose tipiche della Religione Ortodossa, un po’ di bottiglie di vodka e qualche matriosca sparsa qua e là, ovviamente con la presenza ai vari banconi di splendide hostess russe una delle quali dotata di due occhi spettacolari.

 

Ebbene, a parte qualche prodotto locale messo qua e là per attirare un po’ l’attenzione del paziente visitatore, null’altro da…dichiarare se non la zona ristoro presente in moltissimi altri padiglioni dove per la modica cifra di quaranta-cinquanta euro a capoccia puoi concederti il “lusso” di mangiare. Interessante e…illuminante è stato anche il padiglione dell’Oman, una specie di enorme castello saraceno, quasi una montagna russa all’interno del quale le solite banalità di cui sopra: quattro tappeti, due o tre manichini con qualche prodotto sparso qua e là, i soliti, a questo punto irritanti filmati per pochi intimi, il tutto “condito” da una accattivante musichetta arabeggiante.

 

Di simile fatta moltissimi altri padiglioni tra i quali anche quello della Lettonia che ci ha colpito per…la sobrietà dei suoi interni, con quattro cuscini all’ingresso per far giocare qualche visitatore giocherellone o qualche bambino al seguito, qualche altalena stile Ichea, i soliti filmati noiosi e le altrettanto solite…hostess di origine locale belle, anzi bellissime. Di entrare nel padiglione italiano, il piatto forte di tutta l’esposizione, neanche a parlarne perché avremmo dovuto sobbarcarci sotto il solleone una coda di almeno un’ora. Ma se l’andazzo era quello visto fino a quel momento, ci siamo immaginati, magari sbagliando, un padiglione a base di gondole di Venezia, bottiglie di Lambrusco, torri pendenti, pizze e mandolini con qualche bel tempio di cartapesta dalle antiche suggestioni. Ma magari, ripetiamo, ci siamo sbagliati ma nessuno ci ha messo nelle condizioni di essere brutalmente smentiti.

Alla fine, stanchi, delusi e affamati siamo andati in uno dei tanti punti di ristoro dove per una “modica” cifra di circa dieci euro a testa abbiamo mangiato un disgustoso panino con la carne e una coca cola. Insomma Expo ci è sembrata l’ennesima dimostrazione di quanto in Italia si continui a fare e a…vendere molto fumo, vedi il nostro Presidente del Consiglio Renzi nella veste di bravissimo “affabulatore”, ma di…sostanzioso arrosto come al solito…neanche a parlarne. 

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Di Roberto Crudelini

Roberto Crudelini
Nato nel 1957. Laureato in Giurisprudenza, ha collaborato con Radio Blu Sat 2000 come autore e sceneggiatore dei Giornali Radio Storici, ha pubblicato "Figli di una lupa minore" con Rubettino, "Veni, vidi, vici" e "Buona notte ai senatori" con Europa Edizioni e "Dai fasti dell' impero all'impero nefasto" con CET: Casa Editrice Torinese. Collabora con Elzeviro.eu fin dalla sua fondazione, nel 2011.

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