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Due considerazioni sulla pace fiscale

Dal complotto delle manine tecniche denunciato da Di Maio, fino alle critiche mosse al provvedimento dall’opposizione: dove si trova la verità?

 

Talvolta viene utilizzato con il preciso intento di non riconoscere la superiorità argomentativa del proprio interlocutore, mentre in altri frangenti si tratta di un semplice gesto di rassegnazione di fronte all’impossibilità di accedere a certi ambienti e ai suoi segreti. In ogni caso, quello secondo cui la verità starebbe sempre nel mezzo è senz’altro uno dei proverbi più abusati nella vulgata nazionalpopolare.

Ebbene, il grottesco siparietto che l’ala gialla dell’esecutivo ha offerto ai suoi cittadini, alludendo alle macchinazioni perpetrate da oscure manine tecniche, dimostra come l’avverbio “sempre” suoni decisamente iperbolico. Il caso in questione, che potrebbe produrre il primo significativo strappo tra le compagini di governo, offre infatti due preziosi spunti di riflessione, contraddistinti da due diversi posizionamenti della tanto agognata verità.

La cospirazione di palazzo

Il ministro del lavoro ritratto in un raro momento di serenità

Il primo concerne un giudizio di merito sulla vicenda e sulla narrazione fiabesca partorita dai pentastellati. Laddove fiabesca non si riferisce né alla presenza di un lieto fine, né di un messaggio pedagogico, a meno che la morale non sia quella che esorta gli imbranati -se proprio non possono fare a meno di governare- ad assumere dei professionisti che ne curino le strategie comunicative.

In questo caso tocca dare torto al linguaggio del popolo: la ragione non sta nel mezzo, bensì nell’emisfero opposto rispetto a Di Maio.  Quello del vicepremier è stato, sic et simpliciter, un tentativo dilettantesco e raffazzonato per indorare l’amara pillola; una strategia finalizzata a placare i bollenti spiriti della base più integralista e legalitaria del suo elettorato, la quale si è sentita inevitabilmente tradita dai paragrafi della manovra incentrati sulla cosiddetta pace fiscale. Soprattutto, per ciò che riguarda la depenalizzazione delle dichiarazioni infedeli.

Condono senza depenalizzazione?

A prescindere dalla dubbia credibilità di una manipolazione avvenuta alle spalle di un uomo di punta dell’esecutivo -peraltro, dopo che il testo incriminato è stato discusso e votato all’unanimità dal Consiglio dei Ministri-, il leader del MoVimento mente sapendo di mentire (almeno si spera, perché se così non fosse sarebbe drammatico). E mente per una ragione squisitamente logica.

Quelli che tecnicamente sono conosciuti come condoni impropri, da che mondo è mondo, hanno sempre comportato il pagamento di un’imposta ricavata da una percentuale fissa della somma dichiarata e non di quella evasa. Perciò, chiunque possieda anche solo l’infarinatura più approssimativa ed embrionale possibile in materia fiscale, non può pensare che si possa creare un simile provvedimento privo della summenzionata depenalizzazione. Diversamente, la manovra si morderebbe la coda e diventerebbe la negazione di sé stessa, costringendo gran parte degli interessati ad essere incriminati un secondo dopo aver beneficiato della pace fiscale.

La tesi dell’opposizione e la ratio del condono

Il secondo spunto riguarda un’analisi delle critiche piovute dagli scranni dell’opposizione: in particolar modo, da quelli occupati dai membri della precedente maggioranza. La tesi secondo la quale questo condono (perché così va chiamato, a dispetto delle rosee maschere semantiche della nomenclatura ufficiale) sarebbe un’apologia della truffa ai danni dell’erario, riporta nel proverbiale “mezzo” l’ubicazione della verità, restituendo al detto popolare l’autorevolezza precedentemente perduta.

La pace fiscale è in re ipsa un provvedimento favorevole a molti evasori di diversa taglia, ma la sua ratio non si esaurisce qui. Si tratta di un doveroso aiuto dello stato nei confronti di tutta una serie di onesti lavoratori: quelli che vengono computati in malafede all’interno delle statistiche sull’evasione, ma che in realtà hanno sempre dichiarato in maniera puntuale e fedele, senza poi riuscire a far fronte alla propria situazione debitoria in virtù di impronosticabili dissesti finanziari.

Roberto Saviano e Mimmo Lucano, sommi depositari della disobbedienza civile.

Giustizialismo ad etnie alterne

Un provvedimento senz’altro contraddistinto da luci e ombre: è evidente. Tuttavia, non può non stupire il giustizialismo forcaiolo con cui l’opposizione piddina enfatizza esclusivamente il risvolto criminale di questa indulgenza, senza mai soffermarsi su quello decisamente più nobile. Un rigore legalitario quasi paradossale per chi è disposto ad invocare la disobbedienza civile, pur di combattere quelle leggi ingiuste che puniscono i -presunti- reati di umanità. Un’umanità che evidentemente, la loro genia etnomasochista impone di riporre in soffitta, quando le difficoltà economiche non riguardano soggetti dai cognomi e dall’aspetto vagamente esotico.

Di Filippo Klement

Filippo Klement
Classe 1990, ha studiato giurisprudenza, a latere un vasto interesse per la storia contemporanea e la politica.

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