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Disinteresse mediatico per la verità. Capitolo 2: Bibbiano

Ancor più del “russiagate italiano”, la polemica sugli atroci fatti di Bibbiano ritrae la metamorfosi estrema della categoria mediatica. Nonostante l’efferatezza dei crimini e l’inefficienza delle privatizzazioni infatti, a polarizzare il dibattito è solo il grado di coinvolgimento del PD.

Un paio di giorni fa, abbiamo iniziato un percorso analitico sulla sgradevole metamorfosi che sta colpendo il mondo dell’informazione. Una mutazione genetica destinata a compromettere l’approccio scientifico ed imparziale della maggior parte delle redazioni, le quali si stanno gradualmente trasformando in nuclei di militanti, animati da logiche di fazione e – soprattutto – da evidenti pregiudizi ideologici.

L’inevitabile risultato del processo in questione, inutile sottolinearlo, sta finendo per essere l’erosione del fine ultimo di questa professione (la ricerca della verità), sempre più inquinata dal livore tipico del tifo. Un meccanismo involutivo di cui, ancor più del “remake” italiano del russiagate di cui ci siamo già occupati, sta diventando fotografia esemplare il dibattito (o mancato dibattito, a seconda delle prospettive) sugli atroci fatti di Bibbiano e sulle relative indagini della procura.

I due fronti mediatici

Il presidente della onlus “Hansel e Gretel” Caludio Foti

Assai di rado un fatto di cronaca ha generato due fronti tanto radicali e barricadieri; certo, si tratta pur sempre di una cronaca nerissima e con una ingombrante componente di malagestione amministrativa, ma non di quella cronaca politica in senso stretto che è solita innescare la partecipazione emotiva delle redazioni. In un angolo del ring abbiamo la coalizione di militanti anti-dem, riunita sotto l’assillante slogan #parlatecidiBibbiano, mentre, nell’angolo opposto, si trova il partito dello sfottò e dell’oscurantismo ad oltranza, impegnato in una costante opera di minimizzazione dei fatti.

Il primo dei due fronti, dietro all’hashtag sopra menzionato, nasconde in realtà una strumentalizzazione profonda, strettissima parente di quel benaltrismo specifico che vede nel Pd il colpevole di tutte le nefandezze della nostra società; o comunque colpevole di mali costantemente superiori rispetto a quelli imputati a politici di altre parrocchie. Da “e allora il Pd?” a “parlateci di Bibbiano” il passo è brevissimo ed è portatore delle stesse criticità.

Bibbiano come bandiera anti dem

Ecco, questa rivendicazione ossessivo compulsiva, ripetuta – anche al di fuori dei contesti appropriati – con la stessa frequenza di un martello pneumatico, è uno dei motivi, tutt’altro che secondari, per via dei quali l’emersione del dibattito sta incontrando enormi difficoltà. Cosa può produrre un simile modus operandi di fronte ad una platea neutrale, se non un’immagine nauseante? Nello specifico, la sensazione che dietro all’interesse spasmodico per le indagini, risieda in realtà l’obiettivo di trasformare Bibbiano in una bandiera. La necessità di ottenere un jolly riciclabile in eterno contro il partito di Zingaretti, piuttosto che una disinteressata ricerca della verità dei fatti.

A lungo andare purtroppo (al netto del peso specifico avuto dalla seconda formazione politica del paese), è inevitabile che un simile atteggiamento finisca per gettare discredito su tutto il dibattito.  Atteggiamento che peraltro, presenta differenti declinazioni, come quella di portare in palmo di mano Nek, Laura Pausini o tutti gli artisti che abbiano espresso un’opinione in tal senso: ed è quantomeno curioso, se si considera la più che comprensibile derisione manifestata dagli stessi attori mediatici, quando l’ambiente progressista si avvaleva delle opinioni di Chef Rubio ed Emma Marrone per legittimare le proprie istanze.

I discepoli piddini e la testa sotto la sabbia

Il segretario del PD Nicola Zingaretti

Volgiamo adesso lo sguardo all’angolo opposto, laddove è venuto formandosi un clima altrettanto ignobile: un clima perfettamente complementare a quello appena ritratto. Anche da questa parte della barricata, la volontà di andare a fondo nella comprensione di oltraggiose dinamiche, che potrebbero aver illegittimamente interrotto i rapporti dei figli con le loro famiglie e leso l’infanzia di molti bambini, è del tutto inesistente. O tutt’al più, è subordinata sia alla necessità di sminuire la curiosità dell’altro fronte, sia all’istinto primordiale di negare aprioristicamente la complicità del Partito Democratico.

Siamo agli atteggiamenti di ripicca puerili, per cui se i colossi editoriali “nemici” puntano i riflettori in modo strumentale su un abominio raggelante, il mio dovere di informazione va a farsi benedire: meglio mettere la testa sotto la sabbia come gli struzzi, piuttosto che darla vinta a quelli là! Nulla di nuovo sul fronte dem dopotutto, considerato che uno dei più autorevoli rappresentanti della categoria (Federico Fubini) ha recentemente confessato la dolosa omissione dei dati sulla mortalità infantile in Grecia, al fine di non avvantaggiare la propaganda sovranista a ridosso delle Europee. Un breve compendio che dimostra come ormai, tra informazione e militanza partitica, si sia giunti ad una sintesi esplicitata senza vergogna.

Un colpo al cerchio e uno alla botte

Lo stallo è così sgradevole dal punto di vista etico e professionale, che l’unico modo per superare l’impasse pare essere il ricorso ad un po’ di sano – e forse sgradevole – cerchiobottismo. Un colpo qua e un colpo là. Da un lato, non sembra plausibile che la rete di malaffare prosperata in una realtà periferica del paese, possa essere stata pilotata direttamente dalla segreteria del partito o avere avuto un ruolo centrale nello scacchiere di una formazione politica così importante.

Dall’altro, non è nemmeno del tutto corretto negare qualsiasi coinvolgimento da parte del PD. E non tanto per il fatto che (stando alle accuse) il sindaco dem di una piccola giunta locale abbia assegnato, senza concorso, la gestione degli incarichi ad una onlus apertamente sostenitrice di un modello culturale e di un’idea di famiglia riconducibile a quella propagandata dal partito. Quanto piuttosto, per aver in passato osannato il modello della Val d’Enza, assurto col tempo a modello di riferimento. Un imperdonabile peccato di superficialità da parte della dirigenza centrale, la quale si è limitata ad osservare i freddi numeri, senza porsi domande, né sprecare il proprio tempo ad analizzarli o ad indagare sui “mezzi di produzione” di questi risultati.

L’audizione parlamentare del 2016

Come sottolineato da Daniele Scalea

Il 14 luglio 2016 la deputata Vanna Iori (del Pd) portò Andrea Carletti, sindaco di Bibbiano, e diversi altri personaggi tra cui la famigerata Federica Anghinolfi, a spiegare il “modello” Val d’Enza in audizione alla Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza, presieduta da Sandra Zampa (del Pd).

In quell’occasione la Anghinolfi, tra le altre cose, esplicitava i numeri raggelanti della Val d’Enza, col 7,5% dei minorenni presi in carico dai servizi sociali. L’On. Giuseppe Romanini (del Pd) collegava quei dati abnormi alla “sottovalutazione” da parte delle altre amministrazioni e dichiarava che l’Emilia Romagna era “piuttosto avanti”. Il sindaco Carletti precisava che “abbiamo avuto fin dall’inizio al nostro fianco la Regione Emilia Romagna” (amministrata dal Pd)

Il silenzio sull’inefficienza privata

La narrazione mediatica dei fatti di Bibbiano, in ultima analisi, si è trasformata in una sorta di udienza preliminare, nella quale il capo d’accusa è esclusivamente il grado di coinvolgimento di un partito. Uno spettacolo che prosegue con ripetuti lanci di strali tra la pubblica accusa (l’editoria conservator-sovranista) e gli avvocati difensori (l’editoria liberal-progressista) e che evidenzia un disinteresse diffuso per l’entità di questi crimini abietti ed infami.

Disinteresse confermato anche dal fatto che, tra una strumentalizzazione e l’altra, nessun opinionista abbia sprecato mezzo secondo per sottolineare uno dei principali spunti di riflessione offerti da questa sordida vicenda: l’inefficienza della privatizzazione selvaggia. Perché lo scandalo Bibbiano, oltre alla perversione di alcuni talebani ideologici senza scrupoli, è soprattutto questo. Per quale motivo – in un paese costellato di traumatici insuccessi nella gestione privata – un servizio in cui l’interesse pubblico è obiettivo esclusivo, dovrebbe essere abbandonato alla mercé della concorrenza tra soggetti che, per loro natura, sono tenuti al perseguimento dell’utile e non del beneficio sociale? Un quesito che, evidentemente, non sazia la sete di gazzarra da stadio e di strumentalizzazione da bar.

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Di Filippo Klement

Filippo Klement
Classe 1990, ha studiato giurisprudenza, a latere un vasto interesse per la storia contemporanea e la politica.

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