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Disinteresse mediatico per la verità. Capitolo 1: il russiagate italiano

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Sempre più spesso i media danno l’impressione di rifiutare quel distacco professionale che dovrebbe caratterizzare l’imparziale ricerca della verità e la successiva divulgazione dei fatti. L’informazione si è ormai prostrata alle logiche del tifo: come dimostra il recente dibattito sui presunti finanziamenti russi ricevuti dalla Lega.

In ossequio ad uno dei detti popolari più inflazionati tra i commentatori da bar sport, spesso si sente ripetere che i rappresentanti (omen nomen) politici siano lo specchio della società. Concetto che, come per tutti i proverbi e i loro derivati, ha senz’altro un fondo di verità piuttosto evidente, ma che nell’epoca del fervore che stiamo attraversando meriterebbe un ammodernamento di categoria. I meccanismi e gli atteggiamenti in cui oggi possiamo ammirare il riflesso più autentico di ciò che i sociologi amano  – stucchevolmente – definire paese reale, sono quelli mediatici; per la precisione, quelli ostentati dalle diverse correnti del mondo dell’informazione, durante il racconto dell’attualità.

Ormai il punto di vista distaccato, professionale e scientifico, caratteristico del notiziario si è definitivamente estinto. Come i mammuth. Le testate, siano esse cartacee, digitali o televisive, si sono supinamente appiattite in un percorso di avvicinamento all’uomo della strada. Percorso che purtroppo, non significa maggiore attenzione alle istanze di informazione che provengono dalla società civile, bensì un approccio ai fatti di cronaca condizionato dalla propria fideistica appartenenza ideologica (nella fattispecie, leggasi editoriale). Un vero e proprio complesso processo di metamorfosi degenerativa.

Non verità, ma ricostruzione funzionale

Il vicepremier Matteo Salvini ed il Presidente della Federazione Russa Vladimir Putin

A nessuno interessa la verità, né tantomeno reperire prove o informazioni funzionali al suo raggiungimento. I media, così come il cittadino medio, bramano esclusivamente il perseguimento di una ricostruzione che non distrugga le proprie certezze. Ci si vuole sentire dire ciò che si spera; e tutto questo, perché il dibattito politico è ormai irrimediabilmente inquinato da quelle logiche di fazione, tipiche del tifo da stadio. La verità che si ricerca è quella che faccia decadere le accuse mosse contro i “miei” e avvalori le prove indiziarie conto gli avversari ideologici. Ed è in questo contesto che la polemica sul “russiagate italiano” calza a pennello.

Una polemica che ha evidenziato una delle più incredibili piroette dei liberal di casa nostra; il tutto, a prescindere tanto dalla marchiana inconsistenza dello scoop di BuzzFeed, quanto delle inchieste de L’Espresso, le quali difettano di nomi, dettagli e soprattutto del tanto atteso nastro integrale (la cui mancata rivelazione può significare solo due cose: o dinamica del ricatto o più probabilmente l’indisponibilità di un’intercettazione autentica).

Il russiagate italiano: malafede o ignoranza storica?

Certo se per La Verità si è trattato aprioristicamente di una bufala da stracciare senza nemmeno visionarne i contenuti, ciò che strappa realmente un sorriso è il riscoperto approccio sovranista dei moderati di fronte al dibattito geopolitico; un fenomeno che può essere figlio solo, alternativamente, o di una inaudita malafede, oppure di una macroscopica ignoranza storica: a voi la scelta. Ragione per la quale, ferma restando l’insindacabile illegittimità di un certo tipo finanziamenti, diventa quanto mai doveroso porre due quesiti – in ordine sparso – a tutti coloro i quali si stanno stracciano le vesti per la presunta e fantasiosa svendita della nostra sovranità all’oscuro leader del Cremlino.

In prima battuta, cosa ci sarebbe di tanto inappropriato (non legalmente, ma eticamente parlando) nel supporto economico concesso da Putin, vista l’indifferenza la passiva accettazione con le quali sono sempre state digerite le identità – rispettivamente americane e russe – dei finanziatori internazionali di DC e PCI durante la Prima Repubblica? In secondo luogo: da quando in qua un paese che è poco più di una colonia di Washington, che conta 110 basi militari a stelle e strisce sul proprio territorio e che da 80 anni si prostra ad ogni risma di direttiva bellica, economica e diplomatica proveniente dalla Casa Bianca, avrebbe un disperato bisogno di affermare la propria sovranità? Misteri della fede. O della malafede dei media contemporanei.

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Di Filippo Klement

Filippo Klement
Classe 1990, ha studiato giurisprudenza, a latere un vasto interesse per la storia contemporanea e la politica.

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