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Il deficit Salvini Di Maio fa festeggiare i servi dell’Europa

È infine passata la manovra finanziaria che tanto ha fatto discutere nelle ultime settimane. Dopo aver annunciato tutti i numeri possibili, stile lotteria di Merano, il Governo si è infine accordato sul deficit: sarà al 2.4%.

Ora, quello che appare come un semplice numero matematico, racchiude in realtà numerosi significati sia sulla reale forza dell’attuale esecutivo italiano, sia sulla pletora di dissidenti che sembra avere maturato nel tempo una sorta di culto totemico verso quel tanto discusso parametro del 3%.

Tutti i passi indietro del Governo sulla manovra

Partiamo dal Governo. Andando a ritroso nel tempo, fino almeno al giugno scorso, è interessante scorgere l’involuzione numerica che ha caratterizzato i vari annunci degli esponenti di Governo. A inizio estate il parametro di Maastricht, che blocca la possibilità di fare deficit oltre il 3% del Pil, doveva essere ridiscusso a muso duro. Lentamente i proclami guerreschi, stile “me ne frego” di mussoliniana memoria, hanno lasciato il posto a sfide sempre più blande e moderate.

“Sforeremo il 3%” aveva detto Luigi Di Maio qualche settimana fa, come riportato su Elzeviro.eu. “Sfioreremo il 3%” aveva corretto al ribasso Matteo Salvini pochi giorni dopo. Poi improvvisamente, per qualche giorno, sembrava che lo stesso parametro si fosse ridotto al 2%. Come un playboy sul viale del tramonto abbassa i propri standard, facendo credere a sé stesso di aver ottenuto il massimo, così il Governo ha fatto credere ai suoi elettori che il superamento del 2% fosse la più grande conquista mai avuta. Peccato che a Maastricht sia stato scritto nero su bianco 3 e non 2. Un gioco di magia numerica che ha permesso a Di Maio e alla sua banda di grillini di affacciarsi al balcone di Palazzo Chigi, salutando la folla festante.

“L’Italia sfida l’Europa rispettando in maniera diligente i suoi parametri”,

il titolo di copertina fa già ridere così.

Il parametro del 3% è casuale e senza basi teoriche

Pensavamo di aver toccato il fondo con questo squallido trucco al ribasso e invece no. Perché peggio di un Governo che promette cose che non fa (non una novità), c’è la schiera dei lacchè dell’Unione europea, quasi pronti al martirio pur di difendere la bontà di questo parametro. Prima di analizzare questa curiosa categoria antropologica occorre spiegare come questo parametro, che fa tanto discutere, venne fissato. Immaginiamo schiere di studiosi pronti a incrociare dati, schemi e statistiche. Niente di tutto questo. Come dissero gli stessi partecipanti alla stesura dei parametri di Maastricht, il 3% venne scelto in maniera del tutto casuale

“senza basi teoriche”.

Uno schema esaustivo per capire la futilità del parametro

 

In sostanza era un numero come un altro. Questo vuol dire che venticinque anni or sono un gruppo di politici, alcuni non eletti altri si, stabilì in maniera casuale, quanto uno Stato membro potesse spendere rispetto alla produzione interna. Traduciamo: la spesa pubblica (pensioni, scuole,ospedali, strade ecc.) da allora non può eccedere del 3% rispetto alla produzione nazionale. Di conseguenza, in fase di recessione, come quella attuale, quando cioè il PIL è molto basso, lo Stato non può praticamente fare spesa.

Il nesso tra i Benetton e Maastricht

Inoltre, strane coincidenze temporali farebbero cominciare la storia delle concessioni italiane proprio a seguito dell’introduzione di Maastricht. D’altronde è logico: se uno Stato non può più spendere, deve per forza affidare i beni pubblici nelle mani dei privati. Per chi crede dunque nelle coincidenze, potrebbe esistere un collegamento tra il crollo del Ponte Morandi a quel parametro che de facto impedisce ad uno Stato, in recessione, di spendere e tutelare così i servizi destinati ai cittadini.

Tornando dunque alla nostra schiera di adulatori di ogni flatulenza proveniente da Bruxelles, constatiamo con amarezza che tale “coincidenza” non è stata colta. Altrimenti avremmo dovuto vedere editoriali di Repubblica al veleno contro il discusso parametro.

Comprendiamo però che, come scritto in un editoriale di Marco Travaglio, interessi economici possano far chiudere gli occhi e bloccare la penna se lo stesso giornale ha una qualche vicinanza con chi ha beneficiato proprio delle stesse concessioni. Difendere i propri interessi economici, a scapito del benessere della comunità, può essere moralmente deprecabile, ma è logicamente comprensibile.

I precari europeisti

Quello che non è comprensibile è invece un sottogruppo di questi lacchè: ovvero i precari europeisti.
Giovani giunti al terzo contratto determinato, senza la minima possibilità di assunzione, che difendono, con fervore religioso, il parametro del 3%. Il che, per loro, equivale a firmare un contratto di disoccupazione perenne. Nemmeno il personaggio di Fantozzi era mai giunto ad un simile livello di asservimento. Almeno il ragioniere aveva il “coraggio” di mandare a stendere il proprio padrone, quando, questi, era ovviamente girato. Invece i precari europeisti seguono scodinzolando senza dignità un padrone che gli volta le spalle, perdendo inspiegabilmente di vista l’unico parametro, quello si, di sopravvivenza: ovvero la difesa dell’interesse di categoria.

Vedere questi precari inneggiare alla “stabilità dei conti pubblici” e alla “credibilità rispetto ai mercati” è un po’ come se sui libri di storia si parlasse di una Parigi festante sotto la reggia di Luigi XVI all’annuncio dell’ennesimo aumento delle tasse. Masochismo allo stato puro.

Alcuni dati

Dopo tutta questa bagarre sul vero significato del deficit, vediamo, infine, per avere un’idea completa, cosa si prensa del deficit fuori dall’Unione europea.

Stati Uniti: il deficit annunciato nel 2019 arriverà a 1.000 miliardi. La disoccupazione frattanto è scesa sotto il 4%, e può considerarsi azzerata (Fonte askanews).

Cina: nel 2017 faceva un deficit di 3.07 trilioni di yen. Il tasso di disoccupazione è ad oggi al 3.95% nelle città (Fonte Tredingeconomics).

Giappone: il rapporto deficit/Pil è costantemente al 10% da anni e la disoccupazione non esiste, essendo arrivata al 2,4% (Fonte Milanofinanza).

Islanda (in Europa, ma fuori dall’Ue): nel 2016 portava il proprio deficit al 12.6% del Pil e nello stesso anno faceva registrare un picco verso il basso della disoccupazione. Scesa incredibilmente al 2% (Fonte Tredingeconomics).

Di Gabriele Tebaldi

Classe 1990, giornalista pubblicista, collabora con Elzeviro dal 2011, quando la testata ha preso la conformazione attuale. Laurea e master in ambito di scienze politiche e internazionali. Ha vissuto in Palestina, Costa d'Avorio, Tanzania e Tunisia.

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