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Da Facebook ad Amazon: la plutocrazia realizzata in California

California: Il 70 per cento dei 56 miliardari – possessori di almeno mille miliardi di dollari – sotto i quarant’anni (di cui il primo è il patron di Facebook Zuckerberg) abitano qui; 12 di loro a San Francisco.

di Maurizio Blondet

Circa 76 mila milionari o miliardari abitano nelle contee di Santa Clara e San Mateo. La regione della baia di San Francisco conta più miliardari sulla lista di Forbes 400 di ogni altra area metropolitana, a parte New York. I dirigenti che abitano nella Silicon Valley (o nella sua gemella Puget Sound, nel lontano Nord del Washington State) numerano otto delle venti persone più ricche del mondo.

Sono, ovviamente, i giovani inventori della creatività digitale, di piattaforme e app del web; ingegneri, matematici, super-intelligenti e immaturi, immensamente e fulmineamente arricchiti dal sistema Wall Street che valuta le loro aziende e dunque quotazioni azionarie alle stelle, la crescita astronomia essendo alimentata senza fine dalla creazione di denaro dal nulla della Fed. Sono descritti da media, e si sentono, i nuovi dei. Hanno il futuro in mano.

Quale futuro “vedono” (e preparano) costoro per l’umanità?

Quale visione a lungo termine coltivano questi? Un ricercatore del mondo web, Gregory Ferenstein, ha intervistato 147 di loro, fondatori di start-up, presentando loro anche un questionario.

Per esempio, cosa pensano della feroce ineguaglianza fra ricchissimi e poverissimi che si è creata in USA?

Tutti gli intervistati hanno affermato che una meritocrazia porta intrinsecamente a un mondo ineguale. Che la disuguaglianza genera creatività e favorisce la motivazione a cambiare la propria situazione.

Per tutti:

la disparità di reddito è una conseguenza naturale del capitalismo e altre forme di governo sono decisamente peggiori del capitalismo perché creano e allocano in modo inefficiente le risorse.

Elon Musk, Mark Zuckerberg e Jeff Bezos.

Insomma ripetono senza variazioni la dogmatica del mercato totale.

“Ho quindi chiesto quale percentuale di ricchezza, secondo loro, dovrebbe essere delle persone più ricche in una meritocrazia perfetta. Otto intervistati su 12 hanno affermato che il 50 percento o più di tutte le entrate sarebbe giusto che andassero al 10 percento superiore. Un’idea molto comune a Silicon Valley”, abitata da “creativi iperproduttivi” che “rendono” 10 volte più di un ingegnere tipo, lavorando 10 volte di più: secchioni, nerd con l’Asperger in carriera capaci di stare sui computer a inventare condici 18 ore al giorno .

La società futura che preparano

Oligarchi di nuovo tipo, li chiama Ferenstein, con una precisa visione del futuro del mondo: “una quota sempre più grande di ricchezza economica sarà generata da una sempre più piccola quantità di persone di grande talento o originali. Tutti gli altri dovranno vivere di mini-job a tempo parziale nel settore privato, sostenuti da aiuti pubblici”, come i buoni-pasto o la Obamacare.

Così vediamo che questi geni descrivono il futuro come il loro presente, quello che stanno creando. In Usa, ha rilevato McKinsey, il numero di mini-job a tempo parziale è aumentato esponenzialmente e ormai riguarda il 20% della forza-lavoro americana.

Che i giganti del web stiano attivamente creando questo mondo del lavoro miserabile e servile, reso vivibile da ciò che Marx chiamava “elemosina proletaria”, è un fatto oggettivo.

In soli dieci anni, Facebook ha costruito un impero globale che ha superato General Electric in termini di valore di mercato: e lo ha fatto con solo il 4% della forza lavoro del gigante della Old Economy: 12.000, rispetto a 300.000. Whatsapp ha un rapporto ricchezza-lavoro ancora più impressionante: vale $ 19 miliardi e ha solo 55 dipendenti. E insieme, le due società raggiungono una “clientela” di circa un sesto dell’umanità. Netflix ha distrutto la gigantesca rete nazionale Blockbuster di 9.000 negozi e 60.000 dipendenti con una forza lavoro più agile di soli 3.700 dipendenti. È facile capire perché: per soli $ 10 al mese, i consumatori di Netflix possono godere di una videoteca illimitata più grande di qualsiasi negozio di Blockbuster. (Blockbuster è fallita nel 2010).

Il fallimento della catena Blockbuster

Mark Zuckerberg , Elon Musk

e Sam Altman (grande finanziatore di star-up) si sono pronunciati apertamente a favore di un piccolo reddito “di cittadinanza” per compensare i bassi salari vigenti ed evitare “le perturbazioni” che può portare all’ordine costituito una manodopera esposta all’insicurezza permanente.

Come Marx aveva previsto, il capitalismo nella forma più pura non porta la concorrenza, ma al suo contrario: alla formazione di grandi monopoli privati. Oggi Google controlla quasi il 90 percento della pubblicità sui motori di ricerca, Facebook quasi l’80 percento del traffico sociale mobile e Amazon circa il 75 percento delle vendite di e-book negli Stati Uniti e – ancor più importante – circa il 40 percento del ” cloud” del mondo. Insieme, Google e Apple controllano oltre il 95 percento del software operativo per dispositivi mobili, mentre Microsoft rappresenta ancora oltre l’80 percento del software operativo dei PC del pianeta”.

Senza stupore, qualcuno comincia a notare che questa società non è più il libero capitalismo come lo conosciamo: è la fine della concorrenza, e anche della mobilità sociale ascendente del ceto medio. Un nuovo ordine sociale avveniristico che porta strane somiglianze col passato. Oscurantista.

“Un sistema di caste scientifiche” le quali non hanno bisogno di classe operaia e borghesia, ma solo dei loro dati.

Un bolscevismo di lusso

“Una società feudale con sistemi di vendita migliorati” , la dichiara Antonio Garcia Martinez di Wired, dove la nuova classe aristocratica tiene a propria mercé intere categorie di servi.

Più propriamente, altri parlano di “bolscevismo di lusso completamente automatizzato” – nel senso che la ristretta oligarchia dei miliardari del web occupa lo stesso posto della Nomenklatura nello stato bolscevico, che viveva nell’abbondanza e si serviva in negozi riservati ad essa, legittimando i suoi privilegi e la sua oppressione sulla società con la “scientificità” della sua teoria marx-leninista.

Uno di loro, il miliardario e investitore Naval Ravikant (di origini indiane), ha anzi esposto il fine ultimo del nuovo ordine instaurato proprio nei termini in cui l’avrebbe fatto un paleo-marxista: la distruzione di famiglia e di religione. “La tecnologia del social media dà il massimo potere all’individuo. E ciò significa il crollo della struttura familiare e della religione … in generale, la tecnologia guida il mondo a sinistra. ”

Infatti, esulta Ravikant:

La sinistra ha vinto la guerra culturale. Ora stiamo solo andando in giro a sparare ai sopravvissuti.

Sinistra?

“Quella” sinistra che anche noi conosciamo, quella della Cirinnà e di Scalfarotto, del gay pride e di Montenapo o di Attali (“socialista”). “L’egemonia di un individualismo basato sull’identità di sinistra”. Non è un caso se i miliardari e la loro California sono feroci oppositori di Trump ed odiano, soprattutto, i cittadini che lo votano.

Come nel potere bolscevico, la nuova classe miliardaria dei fondatori di imprese digitali e investitori costituisce “il partito interno”, l’equivalente del Comitato Centrale. Molto al disotto, vive il “partito esterno”, composto di professionisti qualificati: ben pagati, però “condannati a una vita di classe media inferiore” a causa degli altissimi costi della vita prodotti dalla stessa concentrazione dei miliardari superiori: colossale rincaro delle case, e degli stessi affitti, nonché delle imposte.

Sotto questa classe media qualificata ma impoverita (equivalente ai quadri e ai semplici iscritti al PCUS, che si mettevano in liste d’attesa decennali per sperare nell’assegnazione di un appartamento non in coabitazione), ecco la “vasta popolazione dei lavoratori a chiamata”, equivalenti ai prolet coi minijob, faticatori e braccianti del feudalesimo: “Servi che rispondono a un messaggio che ricevono su smartphone come quelli di un tempo alla chiamata di un caporale”, dice Martinez.

Ancora più in basso vediamo lo strato degli intoccabili

I senzatetto, i tossicomani, i barboni, i criminali.

“La California, e in particolare la Bay Area, riflette già questa realtà neo-feudale”, scrive l’urbanista Joe Kotkin: questo stato con la massima densità di miliardari è anche quello che, tenuto conto del maggior costo della vita, soffre del massimo tasso di povertà, attestato dal Census Bureau federale. Un destinatario su tre di qualche assistenza sociale nazionale vive in California, nonostante la California abbia solo il 12 per cento della popolazione americana. Oggi otto milioni di californiani vivono in povertà, una famiglia su tre non riesce a pagare le bollette, un bambino californiano su cinque vive in miseria.

L’altra California

 

Tornano malattie medievali come il tifo, negli accampamenti di senzatetto. Molte minoranze lavorano nel settore dei servizi in lavori come la guardia di sicurezza , per circa $ 25.000 all’anno; reddito con cui i lavoratori possono tutt’al più abitare in camper, dormire nelle proprie auto, o accamparsi negli attendamenti californiani, i più grandi del paese”. La speranza di comprarsi la casa è finita; gli affitti sono proibitivi.

Il risultato è ovviamente la più rigida e ferrea segregazione

razziale e sociale. Sì, questa sinistra progressista e senza tabù, antirazzista per auto-definizione, ha realizzato nei fatti la segregazione che esisteva negli stati del Sud. I ricchi vivono nei loro suburbia murati e sorvegliati dalle loro guardie private; dei poveri non conoscono che i loro servi a chiamata; la disparità di reddito è la più efficace delle discriminazioni. Monopolizzano la libertà di parola.

Adesso poi risulta che questi liberisti e libertari – in possesso dei social media come Facebook, Twitter, Youtube – li usino per stroncare la libertà di opinione e di espressione. Esercitano – come constatiamo anche sulla nostra pelle – una vera e propria censura totalitaria del pensiero e delle opposizioni, attraverso il politicamente corretto. Le voci in senso ampio “conservatrici” e i loro blog vengono cancellate sistematicamente da Facebook o da Twitter, o da YouTube, in quanto – a giudizio di lorsignori o dei loro algoritmi – appaiono venate di “omofobia, xenofobia, odio “, o filo-Trump o scettiche su Greta e l’allarme climatico. Quando non li cancellano, li mettono alla fame, facendo mancare ai siti e blog conservatori gli annunci pubblicitari.

Bisogna “spezzare il monopolio di Silicon Valley sulla libertà di parola”, proclamano oggi varie organizzazioni “di destra” (per gli oligarchi), che si sono trovate appunto ridotte al silenzio da Facebook e Youtube. Si stanno coalizzando per appellarsi al Primo Emendamento della Costituzione, che non ammette limiti alla libertà di parola.

Tulsi Gabbard, la candidata presidenziale

(non di sinistra: è una democratica, diciamo, detestata dall’Establishment ) ha intentato una causa da 50 milioni di dollari contro Google, accusandola di aver sospeso il suo account dopo i primi successi nei dibattiti violando il suo diritto alla libertà di parola; ed ha accusato anche il servizio di posta elettronica Gmail di contrassegnare come “spam” le e-mail che invia agli elettori nel quadro della sua campagna.

La candidata Tulsi Gabbard

 

Questi comportamenti sono gravissime lesioni della democrazia perché ormai la gente si informa più su Facebook e Twitter che sui media tradizionali – e del resto gli oligarchi si sono anche comprati, e spesso a prezzi di liquidazione , anche i tradizionali prestigiosi: da New Republic al Washington Post, da The Atlantic a Time. “E’ tempo di trattare Google, Facebook, YouTube e Twitter come servizi pubblici”, dice Jeremy Carl, della Hoover Institution a Stanford.

Una lotta che è difficile anche cominciare

gli oligarchi hanno tutto in mano, sono “di sinistra” e hanno i miliardi, e vengono ammirati da Wall Street come legittimi vincitori della competizione di mercato nella giungla della concorrenza. Intanto gli oligarchi hanno instaurato il loro “bolscevismo di lusso automatizzato” con le sue segregazioni, immobilismi sociali, stagnazione e povertà: uno stato reazionario a loro misura.

E adesso hanno puntato le carte, ossia i loro mezzi illimitati, sulla loro candidata democratica preferita, la senatrice democratica californiana Kamala Harris, di cui la Tulsi Gabbard si sta sempre più mostrando la grande ed efficace avversaria interna al partito, “populista”. Non a caso Kamala Harris è preferita anche da Soros, e si dedicano alla raccolta di fondi per lei gli eredi della famiglia Getty, che organizzano la raccolta nel “Billionnaire Row” di San Francisco-Se Kamala vincesse le presidenziali, con lei entrerebbe alla Casa Bianca l’oligarchia neo-feudale.

 

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