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I contenuti della critica antisalviniana misurano l’inconsistenza delle sardine

L’ex vicepremier strizza l’occhio ad un maggiore disimpegno statale, certificando le contraddizioni interne al suo partito. Contraddizioni che le sardine tuttavia, non fiutano nemmeno, incentrando il loro manifesto programmatico sulla solita melensa retorica in difesa del bon ton.

Hanno iniziato con “siamo contro ogni forma di odio, supportiamo l’integrazione”, finendo per dichiarare come il loro intento prioritario fosse quello di non concedere visibilità a Salvini. Hanno iniziato tuonando contro il populismo fatto di slogan vuoti e semplicistici, per poi asserire “in quattro giorni abbiamo imparato il lavoro di Salvini meglio di lui”. Hanno iniziato sostenendo di essere totalmente apartitici ed equidistanti, ma non è servito attendere molto prima di imbattersi nella rivelazione del più classico dei segreti di pulcinella: l’endorsement del loro leader al Partito Democratico.

Se a tutto questo aggiungiamo inoltre, l’inusuale fenomeno della protesta contro un partito che occupa gli scranni dell’opposizione (sia in Parlamento, sia nel Consiglio della regione di origine) ed il manifesto programmatico degno di una concorrente di Miss Italia, il cerchio si chiude. Ed ecco che l’identità del movimento sardinaro inizia così a prendere forma.

Un copione già visto

La percezione inevitabile è quella di avere a che fare con l’ennesimo movimento di protesta, edificato principalmente su una forma di dissenso ad personam e teso – più che alla riconquista di appeal elettorale – alla divulgazione di un messaggio di distorsione della realtà per mano di vettori mediatici conniventi: il rifiuto popolare verso Salvini e la Lega.

Pierluigi Bersani e il fondatore delle sardine Mattia Santori

Accantonando per un attimo il lascito poco incoraggiante dell’antiberlusconismo militante, così come la durata istantanea dei precursori del genere quali girotondi, popoli viola e madamine, non tutto potrebbe essere perduto in partenza. I sardinari infatti, avrebbero ancora la possibilità di sconfessare i numerosi detrattori; coloro i quali (compresa questa redazione) vedono in loro l’ennesima manifestazione di inettitudine dei giovani impegnati, nonché un altro capitolo di inconsistenza critico-analitica della sinistra italiana.

Eppure gli elementi di critica non mancherebbero

L’opposizione a Salvini e alla Lega, in linea di principio, non solo è democraticamente legittima, ma risulta più che doverosa al fine di mettere a nudo la reale identità di un partito – e di un leader – molto meno sovranista ed euroscettico di quanto non si creda. Ciò di cui bisogna assicurarsi per conferirle credibilità tuttavia, è evitare di trasformarla nell’ennesima macchietta priva di attenzione per le reali incongruenze del carroccio, scevra di riferimenti alle esigenze popolari ed intrisa della solita retorica da libro Cuore.

Un ottimo spunto ad esempio, tanto per conferire un “bonus suggerimento gratuito” alle sardine, sarebbe quello offerto dallo stesso ex vicepremier con le sue sconsiderate dichiarazioni sul ruolo dello Stato nei settori strategici dell’economia; il tutto, nel bel mezzo del caos Ilva e di fronte ad infrastrutture che continuano a sbriciolarsi sotto le intemperie climatiche.

Le contraddizioni leghiste sul ruolo dello Stato

In economia lo Stato meno fa e meglio è… Non è che se un’azienda va male, lo Stato si compra e gestisce l’azienda: mediamente il privato la gestisce meglio dello Stato.

Salvini al Festival del Lavoro, nel bel mezzo delle sue spiazzanti dichiarazioni sul ruolo dello Stato

Questa dichiarazione dal retrogusto sinistramente thatcheriano non è stata proferita né da un accolito di Emma Bonino al congresso di +Europa, né dal palco della Leopolda per mano del redivivo Matteo Renzi; bensì dall’uomo che per ostentare (o a questo punto sarebbe più corretto dire millantare) una volontà di superamento delle politiche ultraliberiste messe in atto a partire dalla ratifica del Trattato di Maastricht in avanti, ha candidato all’interno delle sue fila Claudio Borghi e soprattutto Alberto Bagnai.

Chi segue le teorie degli economisti in esame, sa benissimo che non si tratta di due nomi estratti casualmente da un’urna. Con i loro proclami e le loro invettive – grazie ai quali sono diventati assidui frequentatori delle più rinomate tribune televisive – i due ex docenti hanno sempre propugnato la necessità di una riscossa da parte dell’amministrazione centrale attraverso l’obbligatoria riconquista della sovranità perduta, una politica economica espansiva e la fine dell’allarmismo contro il debito pubblico.

Le conseguenze del ridimensionamento statale

Volgendo nuovamente lo sguardo alle parole pronunciate dal segretario del Carroccio, è pacifico come queste ultime non debbano destare turbamento per via della corrente reazionaria (economicamente parlando) e dirigista dalla quale si è fatto accompagnare in Parlamento; la ragione della perplessità deriva, o – nel caso delle sardine – dovrebbe derivare, dal delicato contesto storico e politico nel quale queste esternazioni sono state rese pubbliche.

Il contesto, andando con ordine, è quello in cui il fantasma dei trattati passati è tornato per presentare il conto. L’impudente svendita dei nostri settori strategici realizzata, a suon di privatizzazioni, con l’obiettivo di ridurre il debito pubblico e soddisfare i parametri di convergenza dell’eurozona, sta infatti mietendo altre due illustri vittime: l’ex Ilva e la nostra rete autostradale. Due fenomeni parimenti traumatici, i quali stanno certificando  –  sulla pelle di un intero popolo – l’inesorabile infruttuosità del progetto europeo.

Autostrade, Ilva e MES

Un progetto così manifestamente manicheo, da non fare ammenda o ammettere ripensamenti nemmeno di fronte ad alcune nefaste conseguenze. Da una parte quello di arterie infrastrutturali che, essendo gestite da un concessionario che risponde alle regole del profitto e non più del beneficio sociale, stanno cedendo sotto il combinato disposto del maltempo e dell’assenza di manutenzione; dall’altra, quello del settore siderurgico che, sottratto dal monopolio di stato, ha permesso ad un colosso internazionale di entrare come un cavallo di Troia e liberarsi così di un concorrente ingombrante.

Ma il contesto è anche quello in cui l’Italia sta per aderire alla riforma del Meccanismo Europeo di Stabilità: uno scenario irrevocabile, stante l’assenza di una riserva parlamentare per la quale bisogna ringraziare solidalmente l’allora Ministro Tria ed il suo ex principale Giuseppe Conte. Una riforma contro la quale la Lega sta senz’altro erigendo ferme barricate, ma che impone una nuova riflessione sul ruolo dello Stato e sul ripristino di un grado minimo di sovranità. Concetti che, in tutta franchezza, non possono che risultare incongruenti con un simile elogio alla privatizzazione.

L’ignoranza politica delle sardine (e dei media)

Tutte contraddizioni che la paranza delle sardine sembra non aver nemmeno fiutato, evidenziando così la costante ignoranza valoriale che sta alla base degli innumerevoli fallimenti del fronte progressista e dei suoi malcelati fiancheggiatori. Un’ignoranza certificata dalla disattenzione verso i fatti più rilevanti della cronaca politica, l’assenza di contenuti costruttivi e l’ossessiva riduzione delle difficoltà del sistema-paese ad una questione di galateo, vocabolario e buone maniere.

Un’attitudine, purtroppo, ampiamente condivisa con i principali organi d’informazione nostrani. Troppo impegnati a seguire le istanze dell’ennesimo inconsistente movimento di opposizione (oppure ad indignarsi in loop fino a quando Liliana Segre non avrà ottenuto la cittadinanza onoraria in ogni comune dello stivale), per conferire centralità alla riforma di un meccanismo che ci porterà ad impegnare ben 125 miliardi e che (a causa della minaccia di instabilità dei btp, derivante dalle nuove clausole) rischia di porre in seria precarietà l’equilibrio del nostro sistema bancario.

 

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Di Filippo Klement

Filippo Klement
Classe 1990, ha studiato giurisprudenza, a latere un vasto interesse per la storia contemporanea e la politica.

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