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“Aumentate l’Irpef sugli italiani”: arriva l’ennesima boiata dell’Ocse

Incredibile ma vero, l’Ocse, acronimo di Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, ha da poco raccomandato al Governo italiano di aumentare l’Irpef, ovvero la nota imposta sul reddito.

Il motivo? Secondo il relatore Laurence Boone, che ha presentato durante una conferenza le stime dell’Interim Economic Outlook (che comprende anche le raccomandazioni per i paesi membri), il Belpaese avrebbe bisogno di uno shock a causa della scarsa crescita. Secondo le stime dell’Ocse il Pil italiano dovrebbe rimanere stagnante, quasi a 0, anche nei prossimi anni. Secondo gli economisti Ocse esiste una sola soluzione: aumentare le tasse, in particolare l’Irpef, per dare la possibilità allo Stato di investire i soldi così incassati.

Ora, ci sono diversi aspetti di questa notizia che dovrebbero fare rabbrividire un qualsiasi italiano medio dotato di un minimo di buon senso. Il primo è di natura prettamente logica.

Aumentare l’Irpef per aumentare gli investimenti

equivale infatti a togliere le caramelle ad un bambino, per paura che gli possa venire il diabete, per poi restituirgliele cinque minuti dopo, perché si scopre che lo stesso bambino ha fame. In qualunque manuale di economia è facilmente ravvisabile il rapporto direttamente proporzionale tra domanda interna e prodotto interno lordo. Più Aumenta la domanda, più aumentano i consumi, le aziende incassano e la loro produzione cresce, i salari aumentano e di conseguenza aumenta anche il Pil. Una catena virtuosa che può essere frenata da una sola cosa: l’aumento delle tasse.

L’Irpef maggiorato andrebbe infatti a colpire immediatamente il livello di domanda interna, come dichiarato apertamente da Mario Monti durante il Governo da lui presieduto. Di conseguenza, non solo non è vero che l’aumento dell’Irpef genererebbe maggiore possibilità di investimento da parte dello Stato, come sosterrebbe l’Ocse, ma è semmai vero il contrario. L’aumento delle tasse comporta sempre ed esclusivamente una contrazione del prodotto interno lordo.

(Il video in cui Mario Monti afferma che il suo Governo stava distruggendo la domanda interna)

Il secondo punto inquietante di questa vicenda è di natura più riflessiva.

Com’è possibile che uno squadrone di esperti economisti

chiamati a redigere un rapporto di rilevanza internazionale, l’Interim Economic Outlook, che verrà presumibilmente preso come spunto, citato come fonte credibile dal Marattin di turno, possa produrre una sintesi così scadente da un punto di vista scientifico? Oltretutto l’aumento dell’Irpef è una proposta che sarebbe ritenuta completamente fuori tempo e dissennata anche da quelle forze politiche più vicine alla politica economica europea. Il Pd, per esempio, ha recentemente proposto una legge che prevede tra le altre cose proprio il taglio dell’Irpef, ritenuta una tassa iniqua, vetusta e inutile ai fini della sostenibilità finanziaria dello Stato.

Il terzo e ultimo punto da sollevare è di natura storica. Non solo i risultati prodotti da queste organizzazioni sovranazionali sono scadenti e fuori dal mondo. Sono altrettanto scadenti, oltre che scaduti storicamente, i loro assunti. Su queste pagine abbiamo più volte ripetuto come un mantra che è del tutto sbagliato pretendere di calcolare lo sviluppo economico di un Paese prendendo esclusivamente in considerazione il suo prodotto interno lordo. Si tratta infatti di un approccio da capitalismo darwinista di inizio ‘800, secondo cui i Paesi più virtuosi sarebbero semplicemente quelli dove si produce di più. Stando a questa narrazione l’Etiopia, il Mozambico, lo Zambia e la Nigeria dovrebbero essere degli eldorado di felicità, visto che i loro Pil crescono ogni anno in media tra il 5 e il 6%.

Uno dei tanti quartieri periferici di Addis Abeba (Etiopia), paese il cui Pil cresce costantemente del 5% l’anno.

Inutile dire che si tratta di Stati con indice di povertà elevatissimi

e tassi di disoccupazione incalcolabili. Basterebbe osservare questi pochi dati per rendersi conto delle lacune che un simile approccio ha nell’analisi della realtà. Da oltre vent’anni esistono economisti affermati e premi Nobel, su tutti Amartya Sen, che si battono affinché il Pil non sia usato come indicatore unico per valutare la salute di un Paese, ma occorra invece fare affidamento sulla combinazione di una molteplicità di fattori (l’indice di sviluppo umano è uno dei tanti risultati ottenuti in questo senso).

Eppure le organizzazioni internazionali si ostinano a mantenere un approccio ottusamente conservatore in economia. E sappiamo che da assunti sbagliati non si potranno che ottenere soluzioni sbagliate.

Di Redazione Elzeviro.eu

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