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Anarchici bloccano le ferrovie del Paese: ma il problema non erano i neofascisti?

L’attentato compiuto da un gruppo di anarchici che ha paralizzato la rete ferroviaria italiana, smaschera ancora una volta l’inadeguatezza della narrazione mediatica, diventata ormai mero megafono di potenti gruppi editoriali.

di Gabriele Tebaldi

Siamo a Rovezzano, alle porte di Firenze ed è un lunedì come un altro. Come ogni mattina folti gruppi di pendolari e viaggiatori vari si affidano al treno per arrivare chi a lavoro, chi dalla famiglia e chi in vacanza. Tutti ignari del fatto che un gruppetto ancora non identificato di teppistelli anarchici abbia appena appiccato tre roghi nei pressi di una cabina elettrica dell’alta velocità.

Il risultato: rete ferroviaria bloccata e Italia praticamente tagliata in due. Inutile sottolineare i ritardi, i disagi e i soldi persi a causa di un gesto tipico del bambino viziato ed annoiato che in mancanza di divertimenti, trae giovamento dalla sofferenza altrui.

Non riusciamo a trattenere la nostra emozione nel constatare come questo gigante chiamato Potere abbia sempre e comunque i piedi di argilla. Come sia sufficiente accendersi una sigaretta all’aria aperta in campagna e sotto la luna per mandarlo in tilt. Come tutta la sua esaltata magnificenza, tutta la sua tracotante invincibilità, dipendano da fragili cavi disseminati un po’ dovunque

Si legge sul sito internet Finimondo.org

uno dei tanti portali della galassia anarchica italiana, che cosi rivendica il gesto. Aldilà del pensiero delirante, che ricorda da vicino il folle personaggio del Joker di Batman, l’attentato sarebbe riconducibile in realtà ad uno squallido gesto di vendetta. Nello stesso giorno, infatti, la Corte di assise di Firenze aveva emesso la condanna per 28 anarchici accusati di vari reati. Associazione a delinquere, preparazione di ordigni e tentati omicidi, sono alcuni dei capi d’accusa che hanno portato alla condanna dei 28 delinquenti.

Ora, alla luce di questo grave episodio, stupisce la leggerezza con cui i media italiani hanno divulgato la notizia, relegandola quasi come semplice fatto di cronaca. Stupisce perché sarebbe dovuto essere lo spunto ideale per sottolineare la pericolosità che i gruppi anarchici, largamente presenti nel territorio italiano, rappresentano per lo Stato, le sue istituzioni e il suo corretto funzionamento. Invece il ruolo anarchico nella vicenda è stato posto in secondo piano. Un atteggiamento che stride particolarmente con la modalità di narrazione mediatica adottata a seguito del ritrovamento dell’arsenale di armi nelle mani di gruppi neonazisti. In quel caso infatti i media italiani avevano deciso di enfatizzare, giustamente, l’appartenenza politica, nonché il carattere eversivo dei trafficanti di armi e la loro pericolosità nei confronti dello Stato, invocando lo scioglimento dei gruppi in qualche modo riconducibili all’area dell’estrema destra.

Perché dunque la stessa narrazione

non viene adottata nei confronti degli anarchici, soggetti altrettanto pericolosi e violenti nei confronti dello Stato democratico (come il messaggio di rivendicazione dimostra)? L’impressione, che di giorno in giorno diventa sempre più certezza, è che i media mainstream abbiano del tutto rinunciato all’imparzialità d’informazione, in cambio della sopravvivenza economica di un ristretto gruppo di giornalisti strapagati (circondati da una schiera di stagisti, collaboratori a cottimo e volontari).

Cosi il pericolo neofascista, oltre a far vendere qualche copia in più rispetto alle imprese anarchiche, rappresenta il diktat del gruppo editoriale di turno pronto ad usare sapientemente un episodio per una personale battaglia politica. Sminuire il pericolo anarchico, perché la legge di mercato impone un’altra narrazione, rappresenta cosi l’omicidio premeditato del giornalismo e della sua originaria funzione di informazione indipendente.

 

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Di Gabriele Tebaldi

Gabriele Tebaldi
Classe 1990, giornalista pubblicista, collabora con Elzeviro dal 2011, quando la testata ha preso la conformazione attuale. Laurea e master in ambito di scienze politiche e internazionali. Ha vissuto in Palestina, Costa d'Avorio, Tanzania e Tunisia.

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