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Accordo Fiat Renault: il canto del cigno dell’auto sulla pelle dei lavoratori

L’imminente accordo tra la casa automobilistica Fiat (ormai Fca) e l’omologa francese Renault ha ormai preso d’assalto il dibattito pubblico italiano ed europeo.

In effetti sembrerebbe trattarsi di un’eventualità di grande portata, considerando che la fusione dei due gruppi andrebbe a creare un nuovo soggetto pronto a sconvolgere gli equilibri di potere del mercato automobilistico.

Si stima infatti che l’unione tra Fiat e Renault

potrebbe concorrere in numero di produzione e vendite con i principali colossi del settore, quali Volkswagen e Toyota, attuali leader del mercato. Ad osservar meglio però i dettagli dell’operazione e le ragioni che hanno portato i due soggetti ad incontrarsi, lo scenario potrebbe cambiare radicalmente di fronte ai nostri occhi. Perché più che un biglietto per un successo economico assicurato, tale accordo potrebbe essere meglio descritto come il canto del cigno della Fiat e un epicedio funebre dei suoi lavoratori.

Per confermare tale chiave di lettura occorre fare un passo indietro ed analizzare la storia recente di Fiat e le mutate condizioni generali del mercato dell’auto. Partendo dal fatto che la proposta di accordo sia stata presentata dalla casa automobilistica originaria di Torino e che Renault stia giocando il ruolo forte nella trattativa, si può infatti ragionevolmente tentare una deduzione.

Fiat ha tremendamente bisogno di una fusione

John Elkann insieme a Sergio Marchionne

con un partner solido per poter sopravvivere nell’imminente rivoluzione che stravolgerà il mercato dell’automobile come oggi lo conosciamo. Perché, pur sembrando un ‘azienda in salute (da un punto di vista meramente contabile) Fiat è un’azienda che, da sola, è destinata a soccombere, anche a causa di scelte strategiche scellerate fatte dalle persone che l’hanno guidata negli ultimi anni.

Come abbiamo avuto modo di scrivere su queste pagine, il compianto ad Sergio Marchionne ha perseguito una politica aziendale votata unicamente al breve periodo e quindi incentrata sul salvataggio di Fiat ad ogni costo. Questo al costo di delocalizzazioni, tagli alla forza lavoro e diminuzione drastica della vendita di auto in Italia. Sconfortante a tal proposito è il dato sull’andamento storico di auto italiane vendute in Italia rapportate ai marchi stranieri. Se infatti nel 1990 il 52% delle auto vendute in Italia erano italiane (di cui oltre il 30% Fiat) contro il 47% di auto estere, nel 2011 tale scenario si è completamente disequilibrato. Solo il 29% delle auto vendute erano italiane, contro oltre il 70% di provenienza straniera.

Una bilancia che nel corso degli ultimi anni si è sempre più indirizzata a discapito del made in Italy. Se la delocalizzazione di Fiat ha fatto crollare la domanda interna (oltreché l’occupazione), i mancati investimenti nell’elettrico hanno condannato la casa automobilistica all’estinzione.

Gli esperti di settore

ci dicono che nel giro di cinquant’anni (secondo le previsioni più prudenti) il mercato dell’automobile sarà completamente rivoluzionato: dominerà l’elettrico e il driverless. Modelli su cui la Fiat non ha avuto la forza e la lungimiranza di investire. Ecco che, tracciato questo quadro, appare chiaro ed evidente il motivo per cui Renault faccia oggi la voce grossa in questa trattativa.

I francesi vogliono una sede operativa a Parigi e il posto di amministratore delegato. Fiat potrebbe essere disposta ad accettare, lasciando così a John Elkann il ruolo di presidente, decisamente più simbolico che operativo. Risulta evidente poi come la conclusione di questa operazione non possa che portare ad un’ulteriore delocalizzazione della produzione dall’Italia verso l’estero, con le prevedibili conseguenze negative per l’occupazione italiana.

Infine, un commento deve essere riservato a quei media mainstream

che in preda ad un’isteria poco spontanea denunciano l’immobilismo dell’attuale esecutivo, facendo notare invece la presenza dello Stato francese nella trattativa. Occorre far notare a questi pennivendoli che lo Stato francese detiene il 15% di Renault e vuole, con diritto, partecipare al consiglio di amministrazione del nuovo soggetto automobilistico. Sfortunatamente lo Stato italiano, nonostante i miliardi elargiti con generosità a Fiat nel corso degli anni, non ha quote all’interno del suo Cda. Vuoi per la natura gelosamente feudale con cui la famiglia Agnelli ha coltivato il suo gioiello, vuoi per quell’esaltazione mistica nei confronti dello “Stato minimo”, pronto a privatizzare ogni bene, sostenuta ad ogni piè sospinto proprio da quei media che oggi si stracciano le vesti per un mancato intervento statale.

La verità è che Fiat doveva essere nazionalizzata anni addietro, prima ancora dell’insediamento di Marchionne come amministratore delegato. Peccato che fosse il periodo in cui l’Unione europea imponeva in maniera vincolante, con il benestare dei Governi italiani, le dismissioni di Stato e dunque un ‘operazione simile sarebbe apparsa come eresia pura.

Peccato, ora non resta altro che leccarci le ferite.

 

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Di Gabriele Tebaldi

Gabriele Tebaldi
Classe 1990, giornalista pubblicista, collabora con Elzeviro dal 2011, quando la testata ha preso la conformazione attuale. Laurea e master in ambito di scienze politiche e internazionali. Ha vissuto in Palestina, Costa d'Avorio, Tanzania e Tunisia.

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