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Nessun accordo economico con la Cina: ennesimo buco nell’acqua dell’Ue

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Lunedì si è tenuto in videoconferenza il 22esimo summit Ue-Cina, dove è riemersa la difficoltà di una cooperazione economica  tra le due potenze.

A nome dell’Ue hanno partecipato la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio europeo Charles Michel, mentre il presidente Xi Jinping  e il premier Li Keqang hanno rappresentato la Cina.

Dopo otto anni dall’ inizio dei negoziati, sembra che nemmeno quest’anno l’Unione europea riuscirà a firmare accordi sugli investimenti con Pechino. Il confronto con i rappresentanti della Repubblica Popolare Cinese hanno confermato la distanza tra le due potenze su quelli che sono i perenni temi di scontro. La Cina continua ad essere distante dall’Ue su questioni come i diritti umani, l’imposizione delle leggi sulla sicurezza nazionale ad Hong Kong, e gli aiuti di Stato alle aziende cinesi.

Ue e Cina paladini del clima

All’interno del Summit, l’unico tema che ha visto essere d’accordo Ue e Cina è stato il clima. La cooperazione su tale ambito era stata sancita nel 2005 da un partenariato sui cambiamenti climatici. Niente di nuovo, senza contare che dall’altra sponda, negli Usa, Donald Trump ha da tempo deciso di ritirare gli Stati Uniti dagli accordi di Parigi sul clima. Si tratta quindi di una cooperazione forzata, finta e propagandistica, considerando che in Cina l’inquinamento miete 4.000 vittime al giorno.

La questione di Hong Kong è diventata insostenibile

anche per l’Europa, che finora aveva avuto una reazione timida rispetto alla brutalità delle repressioni da parte della Cina, per di più considerando la levatura in tema di diritti individuali di cui l’Ue tende a vantarsi in ambito internazionale. Un mese fa, infatti, l’Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue Josep Borrel affermava: “Non fermeremo gli investimenti in Cina”. Nel summit di Lunedì, invece, von der Leyen e Michel hanno adottato un tono più deciso, chiedendo espressamente di riconsiderare la legge sulla sicurezza nazionale di Hong Kong.

Quello dell’Europa sembra però un timore derivante da possibili ripercussioni economiche, piuttosto che dalla reale minaccia alla libertà dei cittadini dell’ormai celebre “un paese, due sistemi”. Qualora questa legge entrasse in vigore, gli investimenti provenienti dal vecchio continente si scontrerebbero con le medesime barriere presenti in Cina.

Partner commerciali squilibrati

La situazione è quindi delicata, poiché gli scambi commerciali con la Cina valgono 1 miliardo di euro al giorno. Negli ultimi dieci anni Pechino ha però triplicato i suoi investimenti nel vecchio continente grazie a sussidi statali, quindi l’Europa si trova in una posizione di netto svantaggio per quanto riguarda il potere contrattuale. Proprio per questo pesa ancora di più il mancato accordo tra Bruxelles e Pechino su un piano d’intesa pensata per la prima volta otto anni fa. Il problema principale è lo statalismo dell’economia cinese che provoca condizioni diseguali rispetto alle imprese europee.

In fin dei conti, poco è cambiato nelle relazioni tra l’Europa e la Cina. Con quest’ultima che continua la sua silente penetrazione nelle economie occidentali e che attraverso una carente trasparenza rende perpetuo un divario economico difficilmente colmabile. L’approccio di Bruxelles è ora attendista, aspettando l’esito delle elezioni americane di novembre nutrendo forse false speranze.

 

 

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Di Jacopo Ghigo

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