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Sudan e Mutilazioni Genitali Femminili: l’inizio di una nuova era

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Dal 1 Maggio le Mutilazioni Genitali Femminili sono state ufficialmente dichiarate reato in Sudan. Questo nuovo cambiamento potrebbe rappresentare una luce di speranza sulla via della libertà e i diritti umani che il paese ha faticosamente intrapreso negli ultimi anni.

Sentiamo poco parlare del Sudan, una terra così lontana da noi e logorata da decenni di rivolte intestine. D’altra parte, si tratta di un paese che potrebbe mostrarci – meglio di qualsiasi nostro vicino europeo – cosa significa davvero combattere per la battaglia più importante di tutte: quella per la libertà.

Dall’inizio degli anni ’80 il Sudan è luogo di ribellioni e animate proteste da parte della popolazione, che lo hanno spinto sempre di più vicino ad un maggiore grado di democrazia e verso il riconoscimento di una parvenza di diritti umani: traguardi impensabili fino a pochi anni fa.

Riassunto della storia recente tra guerre e crisi

 

La crisi nasce nel 1984 con l’avvio della secessione del South Sudan. Fino a quel periodo, infatti, il Sudan era un unico grosso stato che faceva da cerniera tra il mondo arabo e l’Africa subsahariana, ma la differenza culturale e religiosa era troppa per rimanere trascurata: l’area meridionale del paese, di prevalenza cristiana, iniziò una ribellione in favore della propria indipendenza dalla parte restante del paese, di prevalenza invece musulmana.

 

Il conflitto, che causò oltre 2 milioni di vittime, ebbe la sua fine solo nel 2005 con il trattato di pace che determinò l’autonomia del South Sudan.

Proteste di piazza in Sudan

Questa secessione procurò non pochi problemi di natura economica e sociale al Sudan: il paese, che basava la propria economia sull’estrazione del petrolio, si vide sottrarre un elevato numero di pozzi petroliferi (i quali, erano per la maggior parte in South Sudan). Un disagio che fece soccombere il paese in una pesante crisi economica, la quale costrinse il governo a introdurre una politica di rigida austerità.

Da Omar ad Hamdok, passando per i militari

Tale situazione andò ad aggravare le condizioni di miseria in cui gravava il paese e, quando nel 2008 i cittadini videro il prezzo del pane triplicarsi nel giro di pochi giorni, si scatenò una nuova ondata di proteste (che non risparmiarono nemmeno la classe mediatica). I disordini sociali culminarono con la destituzione del presidente Omar al-Bashir nel 2019, sancendo per il Sudan la fine di un’era di oppressione.

La strada verso la libertà, però, è ancora lunga ed impervia: una volta caduto il vecchio governo, è l’esercito a prendere il controllo del paese, ergendosi a guida suprema di quel momento di transizione. E’ l’inizio di una guerriglia tra militari e i civili, che vide il paese ricollassare nel più sanguinoso disordine sociale.

Solo tre anni dopo l’inizio della crisi di governo e dei tumulti, il Sudan sembra andare finalmente incontro a una parvenza di serenità, quando, come risultato delle elezioni, viene nominato Primo Ministro Abdalla Hamdok: economista ed ex funzionario delle Nazioni Unite.

Primo Ministro Abdalla Hamdok

Una nuova era di libertà

E’ con questo nuovo governo che il Sudan dà il benvenuto a una nuova era, le cui parole ordine sono “libertà” e “diritti umani”. Dopo aver abrogato diverse leggi che andavano a ledere la libertà delle donne (come il divieto di lavorare e studiare) infatti, pochi giorni fa il Primo Ministro ha finalmente introdotto il reato che punisce e proibisce, una volta per tutte, le mutilazioni genitali femminili.

L’infibulazione vedeva coinvolto circa l’80% della popolazione femminile sudanese tra i 14 e i 49 anni; una pratica che, oltre ad essere estremamente pericolosa per il benessere fisico delle donne, nuoceva anche la loro libertà sessuale.

Sebbene il paese riversi ancora in una crisi economica consistente e i problemi da affrontare purtroppo siano ancora molti (basti pensare alla recente invasione di locuste del deserto che ha messo in ginocchio gran parte della popolazione), questo nuovo cambiamento sociale e culturale è da considerare una vera e propria luce di speranza per il Sudan, che, sotto la guida del nuovo governo, sembra allontanarsi di buon passo dall’oppressione degli scorsi decenni.

 

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Di Natalia Castiglioni

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Studentessa di Scienze Internazionali, dello Sviluppo e della Cooperazione presso l'università di Torino, appassionata di politica ed economia.

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